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sabato 11 maggio 2013

Favola di Polifemo e Galatea di Luis de Gòngora



 
Dettaglio affresco Galleria Palazzo Farnese, Roma



Credo si possa affermare che il tema principale di tutto il poema, la chiave di lettura del mito, sia da ricercarsi nelle strofe che vanno dalla quarantasei alla cinquantotto, strofe in cui è lo stesso Polifemo che parla e si presenta al lettore in una luce completamente diversa dall’usuale.
Gongora, come già ci evidenzia nel titolo, non vuole raccontarci una versione nuova del mito di Aci e Galatea, ma donarci una visione diversa, ovvero quella di Polifemo; un ciclope innamorato, un essere potente si, ma in preda alla sua più grande fragilità: l’Amore.
Nonostante tutti conosciamo il finale tragico del mito, nel poema ci viene presentato il lato più romantico e passionale che appartiene a qualsiasi essere umano e, come ci dimostra Polifemo stesso, anche a chi, dagli uomini, viene escluso e temuto.
Il canto di Polifemo quindi, non è un urlo barbarico, un tuono senza logica, ma il più puro, il più diretto e casto dei sentimenti affrontato forse con una veemenza infantile se vogliamo, ma pur sempre importante: il filo conduttore che unisce tutte le azioni della vita degli uomini e la nascita delle cose.
Al lettore viene presentato un risvolto diverso dall’usuale: non la storia romantica di Aci e Galatea ma la passione struggente di un amore non corrisposto.
Sia Aci che Galatea vengono descritti come due giovani bellissimi che dopo un piccolo gioco di seduzione e di inganni innocenti, non nascondono le bellezze del proprio corpo, anzi le “usano” come prerogativa principale alla conquista; Aci, fingendo di dormire lascia tutto il tempo a Galatea per ammirare tutto il suo corpo “gagliardo” e mascolino in ogni particolare; Galatea è lusingata e si dimostra vezzosa nel mostrare la sua pelle candida come l’avorio e la sua bellezza che rivaleggia col firmamento; eppure l’autore, con parole ammiccanti, ci fa capire che i due giovani vivono la freschezza della propria passione abbandonandosi nella lussuria, nascosti tra il fogliame e la vegetazione, in un ambiente incantato e incantevole.
Nel frattempo è Polifemo che soffre. Le sue parole rendono chiaro il concetto che non basta essere potenti, se l’amore non viene ricambiato; non bastano tutte le ricchezze del mondo poiché l’amore non si può comprare e non serve tutta la forza del mondo (lui che può con un dito scrivere il suo amore nel cielo) se non si può conquistare l’amore della persona desiderata. Con quanta eleganza, con quanta grazia queste parole ci vengono espresse!
Tutto il poema mostra una capacità stilistica fuori dal comune pur non lasciando l’opera in un mero esercizio di stile. Il lettore viene travolto dal fiume delle metafore, delle parole che evocano scenari di una Sicilia forse mai esistita ma meravigliosa, rigogliosa e prospera, probabilmente un chiaro riferimento all’eden biblico come ideale di bellezza e di perfezione: scenario perfetto per un mito tragico dal sapore romantico come la favola di Polifemo e Galatea. 

Opera di Gongora magistralmente tradotta e curata dal Prof. Rosario Trovato docente di lingua e letteratura spagnola all'università di Catania.


Alfredo Polizzano

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