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lunedì 13 maggio 2013

intervista firmata dalla giornalista Natya Migliori a proposito dell'uscita di Lettere da Atlantide

“Precursore di sensazioni dolcemente ostili”.
È il poeta che emerge da Atlantide, secondo Alfredo Polizzano, giovanissimo scrittore di San Cataldo, già distintosi nel panorama culturale siciliano per l'adattamento in dialetto catanese del dramma “Ferdinando” di Annibale Ruccello e alla sua prima raccolta di poesie pubblicata da Edizioni Libreria Croce.

Perché “Lettere da Atlantide”?
Atlantide è, nel mito, la società perfetta socialmente, politicamente, artisticamente.
Che però si è inabissata, è morta, quasi a voler dimostrare che una società perfetta in questo mondo non può esistere.
Una visione in fondo pessimistica, la mia, ma in cui fondamentale è il lavoro del poeta che si immerge fra le bellezze perdute, nei “porti sepolti”, per riportare alla luce frammenti di splendore e mostrarli, condividerli.
Atlantide, come qualsiasi cosa conclusa, è insomma splendida lì dove si trova. È impossibile ed è inutile riportarla in vita, ma si può tirar fuori qualcosa della sua antica e perduta perfezione.
Un po' come avviene con l'animo umano.
Ognuno di noi è infatti un mondo, un universo a sé che non può e non deve venir fuori del tutto, poiché rischierebbe di violentare l'interiorità di chi gli sta attorno. Tuttavia quel mondo deve mandare degli impulsi, degli stimoli, dei segnali.
Delle lettere, appunto.

Sembrerebbe un mondo di Monadi. Come si fa allora a comunicare e a “condividere” se si rimane chiusi nel proprio universo interiore?
Proprio la voglia di “mandare lettere” scongiura il pericolo di rimanere delle monadi chiuse e impenetrabili. È il motivo per cui, secondo me, il significato della poesia deve essere universale.
La chiave di lettura che fornisco di solito nei primi versi o addirittura già dal titolo del componimento, serve proprio a comunicare una mia esperienza, a renderla comprensibile e condivisibile da tutti.
Cerco, in altre parole, di tirar fuori dal mio vissuto il “concetto” universale.
L'amore, filo conduttore della mia raccolta, non è, insomma, “il mio” amore, ma è l'amore come ognuno di noi lo percepisce, lo conosce, lo sente.

Leggendo la raccolta, passando da una poesia all'altra, si ha quasi la sensazione di percepire il tuo stato d'animo. Dalla lacerante malinconia di “Amica”, al caldo afoso e asfittico di “San Cataldo”.
Si può parlare della tua poesia come “sfogo”, come esigenza di manifestarti a chi ti legge?

Quando ho iniziato a scrivere, nel 2002, 2003 circa, sentivo in effetti dentro di me un bisogno intrinseco di “trasmettere” quanto era nel mio animo a più gente possibile.
È chiaro che il “bisogno” iniziale si è poi tramutato in qualcos'altro, un po' per i miei studi, un po' per un'evoluzione interiore e, di conseguenza, anche stilistica.
Una trasformazione che, mi piace pensare, sia evidente a chi si approccia al mio lavoro, dal momento che si ritrova a spaziare da poesie che sono veri e propri monologhi, fino ad altre che, per la loro brevità, rasentano l'ermetismo.
Un esempio per tutti, “U suli p'o mari”, componimento in dialetto che, a distanza di tempo ho reinterpretato, tentando di racchiuderne i concetti in poche righe.
Non una semplice traduzione, dunque, ma un “condensato”, più asciutto e denso.
Quasi ermetico, appunto.

Quanto conta per te la tecnica e quanto l'istinto mentre scrivi?
La poesia è, per me, linguaggio scritto dell'inconscio che per esprimersi ha bisogno di istintualità.
È l'istintualità che mi porta a scrivere dei versi di getto, in pochi minuti, cercando di catturare un attimo.
Ma la poesia è anche tecnica, è continua ricerca di parole che esprimano e trasmettano ciò che è dentro di noi in modo immediato, senza dover ricorrere a spiegazioni razionali che “diluiscano” sensazioni e sentimenti. Una ricerca per cui riscontro sempre più nella lingua italiana, che amo moltissimo, una fonte di inesauribile ricchezza.
L'insieme di entrambi i momenti crea “bellezza”.
Bellezza che è eleganza, ricercatezza, musicalità, purezza e freschezza.
Come D'annunzio, il mio “modello”, senza voler apparire immodesto, ha espresso in modo sublime nella letteratura italiana.

Nonostante la tua giovane età, hai già al tuo attivo tre drammi teatrali (“Pentavani Affittasi”, “Edoardo Lanci”, “Due fratelli”), il saggio “Mafia: il crollo di un regime”, la traduzione in catanese del “Ferdinando” di Annibale Ruccello.
Quali sono le difficoltà per un giovane scrittore siciliano che si avvicina al mondo dell'editoria?

Credo che la difficoltà maggiore stia nel fatto che ci si senta, o forse si è, una goccia nell'oceano dei giovani scrittori emergenti in cerca di editore.
Il problema è riuscire a distinguersi, al di là dei canali tristemente consueti del nepotismo e della raccomandazione.
In quest'ottica, personalmente, ho cercato di frequentare chi aveva qualcosa da insegnarmi, degli stimoli da insinuarmi, delle strade da mostrarmi.
Ho cercato di conoscere e far parte dell'ambiente, per imparare e per cominciare ad assumere un “volto” fra gli editori e i poeti sicuramente più avanti di me.
Un percorso di anni che, alla fine, mi ha portato fino a Roma e mi ha fatto conoscere ed apprezzare da Fabio Croce.
Certo, mi piacerebbe un giorno essere apprezzato e pubblicato da una casa editrice siciliana.
Senza nulla togliere al mio editore, che stimo e a cui devo questo libro, sarebbe un riconoscimento importante dalla mia terra e dalla mia gente.


Natya Migliori
La copertina della mia raccolta di poesie e monologhi "lettere da atlantide"

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