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martedì 21 maggio 2013

Notte bianca a Catania


Prendo il 448 che di sabato non piega per corso Sicilia ma per via Umberto e mi da la possibilità di percorrere una certa parte di via Etnea, quella più interessante dal punto di vista della Notte Bianca, a piedi e raggiungere i miei amici che mi aspettano in piazza Stesicoro.

Via Etnea è disseminata, ad intervalli regolari, da palchi in cui vari gruppi fanno le loro esibizioni e il primo di questi ad accogliermi da sopra il bus, giusto di fronte all’entrata su via Etnea del parco Bellini ospita una sorta di saggio di danza moderna: quattro ballerine si muovono nella maniera più sgraziata e scoordinata ma dai loro sguardi e dai loro corpi si vede chiaramente tutto l’impegno e il poco studio e ancora più scarsa professionalità con i quali si sono preparati alla serata. Dai visi dei parenti e dagli amici si vede chiaramente l’orgoglio di avere una conoscente sul palco.
Ma perché mai continuate ad illudere questi ragazzini e queste ragazzine che possano diventare ballerini e ballerine? Per quale motivo continuate a motivare e far esibire tali sgraziate, disorganizzate incompetenze? Per quale motivo fargli credere di essere capaci a ballare? Chè poi si ritrovano a faticare in qualche talent show rispondendo alle critiche convinti di essere i nuovi Nureyev? per aiutare gli editori senza alcuno scrupolo culturale a vendere libri di ultima categoria sbandieranti titoli del tipo “se ci credi veramente” oppure “inseguendo un sogno”; qualcuno dovrebbe però spiegare a queste future galline pretenziose (appellativo di cui le discolpo pienamente, sia chiaro) che i sogni si raggiungono solo a costo di un assiduo, estenuante, devastante studio; di quello studio che ti fa sanguinare i talloni e ti indurisce lo sguardo e solo a questo prezzo, col dolore che ancora ti corrode gli occhi e i polsi puoi sapere davanti ad una porta chiusa che un’altra se ne aprirà e trovare la forza di andare avanti.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si!
Chi mi conosce o chi ha cominciato a leggere le mie “cose” sa che questa risposta da parte mia è quasi sempre ambivalente; in questo caso lo è.

La Catania che non ha la minima idea di quale forza e quale importanza ha la propria città, quella Catania che considera cultura uno spettacolo televisivo dove bellocci saltano come grilli o urlano come scimpanzé in amore o dove bambini in prepubertà cantano canzoni di amori profondi o sfatti e finiti senza, per forza anagrafica, poterne capirne il significato applauditi da genitori orgogliosi e telespettatori e commedianti ipocriti che sorridono più ai loro “gettoni di presenza” che ai bei faccini dall’ugola coraggiosa; questa Catania, dicevo, merita davvero di fermarsi in piazza università dove gli antichi ritratti dei rettori dell’ateneo dentro le centenarie aule di Palazzo Centrale sono costretti ad assistere attoniti a pargoli stonati mentre cercando di prendere note e accordi di cui sconoscono l’esistenza per sfogare l’ansia da prestazione di genitori in cerca di celebrità riflessa.

Così come la Catania appena descritta merita quanto detto, a scapito delle mie orecchie e dei miei occhi e del comune senso della decenza, esiste un’altra Catania che merita l’altra parte della notte bianca, l’altra parte di quella città che esiste e che giace fremente di essere ascoltata tra la polvere degli archivi e le pietre secolari cementate dal sudore degli artigiani e consumate dagli occhi degli studiosi. È stata una gioia per il cuore, nonostante il servizio di sicurezza non ne sapesse nulla, sapere che molti musei erano aperti, e lo sono rimasti fino a tarda notte ad accogliere a prezzo ridotto folle e folle di visitatori e curiosi fornendo gratuitamente dei volontari come guide e degli attori come performer tra i monumenti. Tra i tanti luoghi visitabili, dopo una lauta cena in un famoso locale di piazza Federico di Svevia, io e i miei amici abbiamo deciso di continuare ad omaggiare il nostro illuminato Federico visitando il Castello Ursino.
La visita al castello, tra il primo e il secondo piano e le torri  e la macchinetta del caffè all’interno di una di quest’ultime e la scala di cemento armato che conduce ad un’ala del castello, credo, non ancora aperta, è stata davvero rigenerante. Lo spessore di quei muri che hanno resistito incuranti alle devastazioni più catastrofiche, sbeffeggiando tutte le più moderne tecniche antisismiche, riusciva a tenere fuori dai pensieri di una folla di stanchi curiosi tutta la confusione di fuori.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si, perché esiste una città che cerca e vuole ciò che è meglio, ciò che è solido, ciò che è veramente bello, non perché lo scrivo io in un blog ma perché è li sfidando i secoli e le critiche, perché è un simbolo, perché se ne frega dell’incompetenza della guida che spiega i primi tentativi di prospettiva nelle icone cinquecentesche con l’orror vaqui o facendo notare che il mando di una madonna è “monocolorico”; queste bellezze se ne fregano perché nonostante tutti gli strafalcioni che possono udire sul loro conto stanno li prepotenti e belle, arroganti ma consapevoli del loro indiscusso valore e della loro inestimabile bellezza. Quelle madonne, quegli angeli, quei san Cristoforo stanno li con la pretesa di essere opere d’arte perché lo sono davvero, così come i coralli del museo della Fondazione Puglisi Cosentino o le celle dell’Ex Monastero dei Benedettini.

A questo punto so che qualcuno sta pensando “meglio questa versione” oppure “ma che noia, meglio quell’altra, almeno uno si diverte” o , sono sicuro, i moderati, pacifisti, gli egualitari, i giusti, gli equi, i politici o gli aspiranti tali in prima fila staranno pensando “sicuramente è tutto molto bello, ma una città ha bisogno sia della cultura sia dello svago”.

A parte che qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la cultura non può essere anche uno svago; a questo proposito chiederei a chi ha pensato quest’ultima cosa di andarlo a dire a quella schiera di animatori, attori e volontari rimasti svegli e attivi fino a tarda notte per cercare di divertire il pubblico. Sulla definizione di svago non mi soffermo perché ho già scritto abbastanza e credo che il mio punto di vista sia chiaro; credo che non sia necessario scendere così in basso per potersi divertire, né valicare le più eccelse vette dello scibile per poter fare cultura e questo, chi fa o ama la cultura lo sa benissimo e lo dimostra anche e soprattutto in queste occasioni.

Fra Maria Callas e Marco Mengoni c’è Mina.

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