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giovedì 26 settembre 2013

Italiani: popolo di poeti e navigatori...immigrati



Roma, l’antica Roma, quella con le colonne e i capitelli e Giulio Cesare e Nerone, quella del Colosseo e del Foro, insomma Roma e quindi la repubblica e poi l’impero e poi lo stato moderno, quella Roma che sta ancora la, spalmata placida tra i sette colli col Tevere in mezzo, quella col Cupolone e il papa, quella Roma è stata fondata da Romolo e Remo.

So di non aver dato la notizia del secolo ma c’è un’altra cosa che voglio dire: l’italiano, la lingua italiana, così come il francese, lo spagnolo e il rumeno sono quattro lingue che derivano dalla lingua latina, ovvero quella parlata a Roma duemila anni fa. Perfino l’alfabeto col quale sto scrivendo è quello latino.

Prima che, leggendo, pensiate che sono impazzito e che questa è solo un’espressione della mia riconosciuta follia sproloquiante, voglio fermarmi qui, perché potrei continuare per pagine e pagine di esempi e derivazioni.  

Tutto questo e molto altro, il mito (o la storia, o la storia infarcita di mito o viceversa - non importa) lo fa risalire a due fratelli che fondarono la Città Eterna o meglio ad uno dei due, fratricida (come il Caino della) da cui ha avuto inizio tutto. La storia di Romolo e Remo ce la spiegano a scuola; tutti conosciamo la lupa che li ha allattati e la storia del solco, il ratto delle sabine eccetera, ma c’è un aspetto che in tutto questo viene trascurato, abituati come siamo a separare nettamente ciò che leggiamo da ciò che viviamo.

È la storia di un uomo che fugge dal proprio paese devastato dalla guerra dopo un decennio di occupazione portando con se il padre malato e suo figlio. Sua moglie è morta tra le fiamme di un ultimo decisivo attacco. Quest’uomo parte con nulla se non qualche misero ricordo. Tre generazioni di uomini in fuga su una barca di legno si affidano al Mediterraneo e sbarcano nella loro terra promessa. Promessa si, dai loro dei che gli assicurano un futuro prospero in una terra che diventerà la loro patria; una terra dalla quale potranno ricominciare, lavorare, arricchirla col loro lavoro e la loro cultura mescolandosi con gli abitanti del luogo. E così accade. Non sarà facile farsi accettare, non mancheranno gli scontri (di civiltà?) e le incomprensioni, gli abusi e le sottomissioni; ma alla fine ce la fanno a ritagliarsi uno spazio, tanto da fondare un piccolo villaggio.

È la storia di tre uomini, che arrivano in Italia da immigrati. È la storia di tre uomini di cui i nostri Padri si vantavano di essere discendenti tanto da farne scrivere le gesta e le vicissitudini, le speranze e le sofferenze. È una storia come quelle che leggiamo molto spesso sui giornali.

Da questi immigrati nacquero Romolo e Remo. Non dai lombi dei gloriosi dei sabini e neanche da funamboliche imprese degli dei d’oltralpe. I fondatori di Roma, con tutto, quello che Roma ha rappresentato e rappresenta per noi oggi, erano quelli che oggi definiremmo “italiani di seconda generazione”.

La nostra storia (e dico nostra non con spirito patriottico ma intellettuale) trae la sua origine da una famiglia di immigrati turchi. E questo era talmente importante per i romani che al centro della città c’era un pozzo dove ogni uomo o donna, che desiderava diventare cittadino romano, doveva gettare una manciata della propria terra natia, a simboleggiare il fatto che lo stato si fonda sull’unione di terre diverse.

Ovviamente un mito resta sempre un mito, anche quando trae ispirazione dal reale, ma se i nostri antenati hanno voluto trasmettere questo mito un motivo ci deve essere. Il passato è un monito, un insegnamento, un motivo in più per meditare su cosa stiamo facendo e su come dovrebbe essere il nostro futuro.

Per molti ciò che ho scritto non è una novità, ma per me è un utile promemoria perché certe cose è meglio ricordarle sempre.

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