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venerdì 3 gennaio 2014

Portare i sogni nella vita reale: i linguaggi di Giorgio Cauchi



Vivere dentro un sogno, vivere un sogno ad occhi aperti, fatto da immagini reali. Questo significa sfogliare un libro di Giorgio Cauchi: perdersi tra le foto di un artista straordinario.

Già ci aveva conquistati con le luci ed i colori delle sue maschere nel primo libro Magia di un carnevale da sogno dove pagina dopo pagina mente e cuore si perdono in un viaggio immaginario tra figure magiche ed enigmatiche dai colori unici che solo la grande fotografia sa catturare.

Ho conosciuto Giorgio Cauchi in occasione della presentazione del suo primo libro, al cortile Platamone a Catania. Luogo assolutamente scenografico per una presentazione che lo è stata altrettanto, ma non poteva che essere così per un volume fotografico sulle maschere veneziane.

L’ho incontrato in occasione dell’uscita del suo secondo libro Piccole Perle. Lo conoscevo già come giovane fotografo dalle prospettive molto interessanti, un promettente artista da tenere d’occhio insomma, ma ora si presenta al pubblico e ai suoi affezionati con un volume di storie che si alternano alle sue foto. Confesso la mia perplessità. Amo le sue foto ed accolgo sempre con scetticismo le mescolanze spesso arbitrarie tra le varie arti. Il mio cervello tende a schematizzare e catalogare. Perché delle foto in se meravigliose, tanto da poter da sole costituire una meravigliosa opera d’arte, dovrebbero affiancarsi a della letteratura. Inoltre l’esperimento del Cauchi è ancora più audace. Quando, di solito, le immagini sono corredo alla scrittura (avviene il contrario solo per le didascalie), lui ha voluto che le immagini ispirassero le storie, facendo in modo che queste ultime sembrino quasi monche senza l’immagine che le ha generate. Narcisismo? Forse, quale artista non ne è peccatore! Ma l’idea in se funziona.
Oltretutto questa volta le foto sembrano meno patinate rispetto a quelle del primo volume, più reali, ovviamente non nella qualità dall’immagine ma negli atteggiamenti. Giorgio Cauchi questa volta è entrato davvero nello spirito, non del carnevale, ma delle maschere veneziane: non ha, infatti, fotografato delle maschere, ma creato dei personaggi.

Gli chiedo perché affiancare alle foto i testi, che forse non eccellono per originalità di scrittura e innovazione letteraria. La risposta è semplice: i testi sono semplici perché traggono origine dalle maschere che le ispirano. Le maschere sono li come le vedi, sta al lettore, come all’osservatore, perdersi, se vuole, tra le sue pieghe e i suoi colori o limitarsi ad apprezzarne superficialmente la piacevolezza. Inoltre le storie possono essere lette da chiunque, anche dai bambini, così come le maschere si mostrano a tutti, senza distinzione alcuna tra gi spettatori.

Siamo quasi all’origine di  un nuovo linguaggio, in cui è l’immagine ad essere propedeutica alla letteratura e non il contrario. Ma questo come concetto forse esisteva già nella società dell’immagine; merito del Cauchi è quello di portare questo concetto ai suoi massimi livelli espressivi, ovvero a quelli dell’arte.

È uscito il suo terzo libro Ancora un ultimo sospiro d’Amore. Scherzando prendo in giro la sua prolifica attività artistica: tre libri in tre anni, che non sono semplici romanzi ma veri e propri linguaggi espressivi dovrebbero dare il tempo ai suoi appassionati di digerirli prima di passare al successivo. Lui non ci bada: l’arte va servita, non imbrigliata. Un libro di poesie. Ebbene si, ancora un altro linguaggio artistico. Ma questa volta le poesie sono scritte da lui.

Inutile dire che la copertina non è una semplice fotografia ma un vero e proprio ritratto d’artista.
Titolo troppo lungo? Forse anche un po’ patetico? Non credo! Personalmente mi sono stancato di chi si fregia di ermetismo o perché non ha abbastanza contenuti o perché comunque “fa figo”; in oltre nelle pubblicazioni precedenti Giorgio Cauchi ha ampiamente dimostrato di vivere il suo mondo, di essere il suo mondo e di concederci di dagli un’occhiata dalle finestre aperte delle sue pagine, tutto ciò senza strizzare l’occhio ammiccante al romanticismo spicciolo per ingraziarsi il pubblico dei lettori.

Sto ancora cercando di riprendermi dal fatto che ad ogni lavoro nuovo corrisponde un nuovo linguaggio. La sua prossima fatica sarà la scultura? So che la sua risposta a questa domanda sarebbe un semplice e scioccante “probabilmente”. Quindi gli faccio una domanda altrettanto semplice ma diretta: “perché?”.
 - è una prova più che altro anche per me; per capire se arriva ciò che esprimo scrivendo.. se emoziona. Ogni tanto amo definirmi "Poeta del sincero amare".. chissà se in qualche modo possa trasparire

Ho imparato dall’amicizia col Cauchi che le sue risposte non sono mai ciò che ti aspetti perché hanno la capacità rara non di risolvere la domanda ma di aprirti le porte a mille risposte. Voglia di sperimentare nuovi linguaggi, Giorgio Cauchi, non vuole conquistare solo gli occhi o l’immaginazione dei suoi lettori, ma anche il cuore.

A questo punto cerco di capire secondo quali criteri, se ci sono, un artista come lui “sceglie” il linguaggio da usare di volta in volta. Spiega:

La fotografia è un atto passivo di percezione che cattura che crea un’intromissione mentre la scrittura un atto di esternazione, dal dentro al fuori

E allora che cosa è per te l'arte?
L'arte è un qualcosa che si ha dentro. Una espressione massima dei sensi che avviene attraverso vari canali. la poesia.. la scrittura.. la pittura.. il canto.. e cosi via. La liberazione dell' estro che si ha dentro
Per me è una forma di liberazione

Alfredo Polizzano

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