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giovedì 28 novembre 2013

Misero Paese

Misero Paese di ingenui e ingordi, pronto a gioie per ogni briciola che ti è concessa dello stesso tuo pane.
Miserabile Paese inebetito da nudità plastificate e disabituato al bello vero, che tiene in gran conto il graffito e dimentica la Cappella Sistina.
Oh mio povero, miserando, malinconico, umilissimamente infimo Paese, ricorda le vittime innocenti che ieri l'altro morivano per la tua avidità e oggi che suoni campane medita chè Decaduto non è Morto!

martedì 26 novembre 2013

Taddeo gattocozza a casa mia!





Per fortuna la vita è equilibrio e da giornate non proprio brillanti spesso scaturiscono giornate migliori.

Questo pomeriggio mi ha chiamato la Pastora delle chiese Battista e Valdese di Catania chiedendomi di inserire l’articolo sulla diversità e la discriminazione nella circolare delle comunità. È una gioia sapere che ciò che scrivi è condiviso e gli verrà dato maggior respiro, soprattutto se può recare uno spunto di riflessione a più persone. Per questo voglio ringraziare la mia casa amica Laura Testa.

Più tardi un’altra mia amica mi ha annunciato che verrà a portarmi il mio carissimo Nipo-micio Taddeo che farà compagnia ai suoi cugini Lamù e Saracino per qualche settimana. Spero che nel frattempo tutto per Antonella e suo marito Giancarlo vada per il meglio.

Intanto mi preparo per accogliere questo delizioso gattino a casa mia. Che sia per lui una “vacanza” felice.

Sei evangelico ma ti accetto lo stesso

Io sono nato negli anni ottanta in un paese retrogrado del centro Sicilia. Alle elementari mi rifiutavo di recitare le preghiere mattutine perché evangelico e la maestra amava dare mostra della sua generosità e apertura mentale spiegando la cosa con una frase che ripeteva spesso: “bambini, Alfredo è evangelico per questo non recita le preghiere come tutti gli altri, ma anche se è diverso tutti noi dobbiamo rispettarlo perché è intelligente come tutti gli altri”.
Era una frase che le prime volte mi faceva sentire protetto dalla maestra, soprattutto quando mi prendeva da parte e diceva “non devi vergognarti di essere diverso perché io ti voglio bene lo stesso, come voglio bene a tutti gli altri”.
Ovviamente non durò molto, perché quella parola diverso non solo mi faceva sentire realmente diverso dagli altri ma dava ai miei compagni l’autorizzazione a considerarmi diverso da loro, uno strano, perché è inconcepibile un bambino che non è stato battezzato e che non festeggia la cresima come tutti gli altri e quindi discriminato. A questo punto devo sottolineare che la scuola era istituto laico per cui (ma questo avrebbero dovuto capirlo i miei genitori già allora) chi faceva qualcosa di sbagliato e fuori da ciò che dovrebbe essere la normalità era proprio la maestra e non io.
Poi sono cresciuto e pensando a quelle parole con rabbia ho capito che se in questa storia e si sotituisce la parola Evangelico con qualsiasi altra, le domande che ne vengono fuori sono sempre le stesse: Diverso da chi? Diverso perché?
La compassione non è amore perché nasce solo dall'ignoranza di chi vive ancora nel proprio "piccolo mondo antico". Se hai questo tipo di problema devi capire che il problema è solo tuo, puoi decidere se superarlo o voltarti dall'altra parte: a quel punto l'unico giudice sarà solo la tua coscienza.
È incredibile che per scrivere queste poche righe ci abbia messo parecchi minuti. Non è facile quando si ha il cuore gonfio di parole, il cervello che è un ribollire interminabile ed insopportabile di pensieri.
Si parla spesso e tanto di Libertà, di Rivendicazione, di Diritti, e tutti ne parlano come se fossero dei doni da elargire con la dovuta cautela e parsimonia; come se fossero dei regali natalizi costosi per cui bisogna pensare per tempo a come far quadrare i conti; e peggio ancora, chi ne parla lo fa come se fosse un favore, come se si aspettasse gratitudine.
Mi dispiace per la delusione che sentiranno molti, ma non è così. Uguaglianza non è un diritto né un dovere, è una realtà. Sbaglia chi crede che un omosessuale debba essere grato per le briciole concessegli da persone "illuminate e sensibili".
Vorrei mettere davanti ad uno specchio tutte quelle persone che dimostrano la propria sensibilità con la compassione, ebbene siete ridicoli! Ridicoli come chi, fino a qualche decennio fa, pensava che essere mancino fosse una malattia, come chi credeva che la dislessia fosse una malattia, come chi credeva che le donne con i capelli corti o con i pantaloni fossero perverse.
Ancora non riesco a capire come sia possibile perdere tempo a parlarne.
Eppure è la capacità di alcune persone che ti fa cadere nell’abisso, che nel momento più inaspettato di fa cedere il terreno sotto i piedi aprendo la voragine nera della devastazione e della paura. È una ferita che ancora dopo tanti anni, tante dure prove, dopo un percorso lungo e faticoso di consapevolezza, fa male. È come una pietra scagliata da un’antica mano, una nuova ferita inferta da chi non ti aspetteresti. È la “comprensione” di chi ti sta vicino e ti dice chiaramente “ ti voglio bene, ti rispetto, sei libero di fare quello che vuoi ma l’importante che lo fai in privato” (come se avessi bisogno del permesso di qualcuno per fare ciò che voglio e ciò che devo). Se avessi avuto un euro per tutte le volte che ho sentito questa frase, pronunciata in tv, adesso non sarei ricco ma sicuramente più tranquillo. Eppure a volte, questa frase, questo atteggiamento viene fuori da una persona vicina, da una persona casa, da un familiare e allora, quando ci sbatti il muso contro un martello di questo tipo, velato di omofobia, che è omofobia in senso stretto perché non generata dall’odio ma dalla paura e dalla ignoranza, allora, dicevo, cominci a collegare tutti i tasselli. Cominci a ricordare tutte quelle volte in cui “io vi inviterei volentieri a casa mia, ma i miei familiari non capirebbero, non sono aperti come me” oppure “per me non c’è differenza”. E quando ripensi a queste cose ti esce fuori come il vomito dopo un’indigestione, doloroso ma liberatorio, un “ ma chi te lo ha mai chiesto? Chi ti ha mai chiesto niente?”
Il problema è che, se proprio vogliamo sviscerare la situazione, in primo luogo io non ho mai chiesto nulla a nessuno, ho superato il problema dell’accettazione già all’asilo, quindi, se ti va di far parte della mia vita bene, altrimenti me ne farò una ragione; in secondo luogo ho razionalizzato di trovare insopportabili come i peli di gatto nella pannacotta tutte quelle persone (parenti stretti di solito) che si atteggiano con la stessa voglia di vivere delle dame della carità e con gli stessi occhi dell’ Orso Teddy Christmas Version, con quell’affetto così esagerato e malinconico che a modo suo vuole dirti “io sto dalla tua parte”. Ma perché? Da quale parte? E mi esplode questa irritazione cutanea che mi porterebbe a strapparmi la pelle: ma di che stiamo ancora  a parlare? Già solo il fatto che c’è chi si comporti in questo modo vuol dire solamente che c’è un problema ma che sta tutto nella testa di chi crede che sia un problema.
Muore un pezzo di me stesso ogni volta che apprendo del suicidio di un ragazzo o di una ragazza perché non riesce a sopportare il fatto di essere diverso, e con quanta commozione i genitori ammettono di non essergli stati vicini quanto avrebbero dovuto senza capire che quasi tutta la responsabilità di quella morte è spesso la loro. L’affetto e l’amore si mostra con intelligenza, non con ciò che si pensa essere giusto o normale perchè se sono i tuoi genitori stessi a farti sentire diverso, diverso dai tuoi fratelli, diverso dai tuoi compagni, diverso da loro stessi, non ci saranno leggi o programmi di recupero che bastino ad evitare un suicidio.
E infine a tutti quelli che si richiamano alla Bibbia come pretesto per ravvivare i roghi della discriminazione vorrei ricordare il primo rapporto tra due esseri umani riportato nella genesi, se Adamo avesse considerato Eva inquanto donna e quindi allontanata perché diversa da lui, il genere umano non esisterebbe affatto.
Ogni genitore, ogni insegnante, ognuno di noi davanti ad un qualsiasi essere umano dovrebbe porsi sempre questa domanda: diverso da chi? La risposta è più sorprendente di quanto si pensi.

venerdì 27 settembre 2013

L’indignazione è la scintilla della coscienza

Una persecuzione, ecco cosa è e cosa è sempre stata.
La persecuzione da parte della gente, di certa gente, i pestaggi, gli agguati. Pestaggi e agguati contro una determinata tipologia di persone, sconosciute ma aggredite solo per una caratteristica non è forse perseguitare?

Inutile nascondersi dietro un dito: quando perseguitavano, pestavano, dileggiavano e successivamente rinchiudevano e uccidevano ebrei, zingari e omosessuali non lo facevano per colpe individuali di fronte alla legge ma per la loro appartenenza ad un gruppo sociale.
E quando oggi, in Italia, nel Mio paese, perseguitano, pestano, insultano e talvolta uccidono gli omosessuali non stanno facendo la stessa cosa dei persecutori nazifascisti?

Primo Levi non è mai riuscito a capire come il popolo tedesco avesse potuto stare in silenzio davanti a tali atrocità, davanti a tali ingiustizie, ora io allo stesso modo dico NON NASCONDIAMOCI DIETRO IL SILENZIO facendo finta che certe cose non tocchino ognuno di noi, perché ogni cosa che tocca un singolo cittadino tocca l’intera comunità!

Questa mattina ho letto, a proposito della dichiarazione del sig. Barilla: “quanto siete esagerati, neanche avesse detto qualcosa di talmente grave…”
Ebbene io mi INDIGNO e lo faccio davanti a tutto ciò che non va in questo Paese, nel MIO Paese.
Mi indigno se molti non sono abituati ad attraversare sulle strisce pedonali così come mi indigno davanti alla corruzione della politica perché l’indignazione è la scintilla delle coscienze e di questo ne sono convinto. Finché mi rimarrà una coscienza, poiché la speranza a volte è difficile tirarla fuori, continuerò ad indignarmi e a far sentire la mia voce: la voce di un CITTADINO ITALIANO!

Vorrei dire a certi membri del Parlamento, omofobi e ignoranti (che non oserei neanche definire politici perché la politica è tutt’altro da ciò che fanno seduti su quelle poltrone) che la mia carta di identità è identica alla loro così come quella di tutti gli italiani di destra, di sinistra, del nord o del sud, omosessuali, eterosessuali e transessuali, bianchi o neri o gialli, poveri o ricchi!

Quando ci sveglieremo? Quando capiremo che anche un solo piccolo insulto a qualcuno che reputiamo diverso equivale e pareggia con qualsiasi grande persecuzione presente e passata!

È difficile che io usi toni così accesi in ciò che scrivo a meno che non si tratti di teatro, ma quando vedo il MIO PARLAMENTO occupato da persone indegne di essere chiamate civili, indegne di essere chiamate cittadini e cittadine italiani/e non riesco a tacere e aspettare che passi.  Ebbene, che mi piaccia o no, che ci piaccia o no siamo italiani, e viviamo in un paese che potrebbe essere meraviglioso e trovo indescrivibilmente irritante che il MIO PARLAMENTO sia occupato da persone che disprezzano, insultano, discriminano altri italiani e altre italiane. È un controsenso. È illogico. È inaccettabile.

Perdonatemi, ma non riesco e non voglio accettare una tale realtà perché non può essere reale, sarebbe come se un albero rinnegasse parte delle sue foglie ecco il vero fenomeno contro natura!

IO VOGLIO RISPETTO! Non nascondermi; perché a nascondersi devono essere i ladri e gli assassini. Un Paese europeo che costringe parte del suo popolo a nascondersi e mette al proprio governo, pregiudicati e malfattori è degno di essere chiamato dittatoriale perché REPUBBLICA è un’altra cosa!

Repubblica siamo noi, noi tutti, tutti i cittadini e a questo proposito ho un messaggio per l’Onorevole Buonanno: caro lei, anche i Finocchi SONO repubblica. Attenzione c’è una grossa differenza a essere qualcosa e fare parte di una cosa: ma non glie lo spiego io, sarebbe umiliante per lei se non conoscesse le basi della nostra lingua!

giovedì 26 settembre 2013

Italiani: popolo di poeti e navigatori...immigrati



Roma, l’antica Roma, quella con le colonne e i capitelli e Giulio Cesare e Nerone, quella del Colosseo e del Foro, insomma Roma e quindi la repubblica e poi l’impero e poi lo stato moderno, quella Roma che sta ancora la, spalmata placida tra i sette colli col Tevere in mezzo, quella col Cupolone e il papa, quella Roma è stata fondata da Romolo e Remo.

So di non aver dato la notizia del secolo ma c’è un’altra cosa che voglio dire: l’italiano, la lingua italiana, così come il francese, lo spagnolo e il rumeno sono quattro lingue che derivano dalla lingua latina, ovvero quella parlata a Roma duemila anni fa. Perfino l’alfabeto col quale sto scrivendo è quello latino.

Prima che, leggendo, pensiate che sono impazzito e che questa è solo un’espressione della mia riconosciuta follia sproloquiante, voglio fermarmi qui, perché potrei continuare per pagine e pagine di esempi e derivazioni.  

Tutto questo e molto altro, il mito (o la storia, o la storia infarcita di mito o viceversa - non importa) lo fa risalire a due fratelli che fondarono la Città Eterna o meglio ad uno dei due, fratricida (come il Caino della) da cui ha avuto inizio tutto. La storia di Romolo e Remo ce la spiegano a scuola; tutti conosciamo la lupa che li ha allattati e la storia del solco, il ratto delle sabine eccetera, ma c’è un aspetto che in tutto questo viene trascurato, abituati come siamo a separare nettamente ciò che leggiamo da ciò che viviamo.

È la storia di un uomo che fugge dal proprio paese devastato dalla guerra dopo un decennio di occupazione portando con se il padre malato e suo figlio. Sua moglie è morta tra le fiamme di un ultimo decisivo attacco. Quest’uomo parte con nulla se non qualche misero ricordo. Tre generazioni di uomini in fuga su una barca di legno si affidano al Mediterraneo e sbarcano nella loro terra promessa. Promessa si, dai loro dei che gli assicurano un futuro prospero in una terra che diventerà la loro patria; una terra dalla quale potranno ricominciare, lavorare, arricchirla col loro lavoro e la loro cultura mescolandosi con gli abitanti del luogo. E così accade. Non sarà facile farsi accettare, non mancheranno gli scontri (di civiltà?) e le incomprensioni, gli abusi e le sottomissioni; ma alla fine ce la fanno a ritagliarsi uno spazio, tanto da fondare un piccolo villaggio.

È la storia di tre uomini, che arrivano in Italia da immigrati. È la storia di tre uomini di cui i nostri Padri si vantavano di essere discendenti tanto da farne scrivere le gesta e le vicissitudini, le speranze e le sofferenze. È una storia come quelle che leggiamo molto spesso sui giornali.

Da questi immigrati nacquero Romolo e Remo. Non dai lombi dei gloriosi dei sabini e neanche da funamboliche imprese degli dei d’oltralpe. I fondatori di Roma, con tutto, quello che Roma ha rappresentato e rappresenta per noi oggi, erano quelli che oggi definiremmo “italiani di seconda generazione”.

La nostra storia (e dico nostra non con spirito patriottico ma intellettuale) trae la sua origine da una famiglia di immigrati turchi. E questo era talmente importante per i romani che al centro della città c’era un pozzo dove ogni uomo o donna, che desiderava diventare cittadino romano, doveva gettare una manciata della propria terra natia, a simboleggiare il fatto che lo stato si fonda sull’unione di terre diverse.

Ovviamente un mito resta sempre un mito, anche quando trae ispirazione dal reale, ma se i nostri antenati hanno voluto trasmettere questo mito un motivo ci deve essere. Il passato è un monito, un insegnamento, un motivo in più per meditare su cosa stiamo facendo e su come dovrebbe essere il nostro futuro.

Per molti ciò che ho scritto non è una novità, ma per me è un utile promemoria perché certe cose è meglio ricordarle sempre.

martedì 3 settembre 2013

L'importanza di chiamarsi Bellini



Eccoci qua, finite le vacanze estive? Per me si; anche se mi ostino a voler pensare di no e godermi questo meraviglioso e freddo clima settembrino. Pochissimo mare quest’anno ma tanta natura, camminate, bellezze naturali ed architettoniche, pace e relax. E ora mi vengono i brividi a pensare a quante cose ho da fare, da leggere e da scrivere.

Primo tra tutti questo blog per cui eccomi.
Ho deciso di inaugurare la stagione e il mese del mio compleanno con una serata davvero interessante: il concerto per l’inaugurazione delle celebrazioni belliniane tenuto nel cortile del Palazzo Platamone (Palazzo della Cultura) a Catania.
Felice nel ricordare la mia vacanza bavarese e approfittando del clima piacevolmente fresco ho deciso di scendere in bicicletta, facendo finta che anche a Catania sia normale usare la bicicletta come un qualsiasi altro mezzo di trasporto. Ci vuole un po’ di fantasia per farlo, lo ammetto, soprattutto nelle rotonde di Piazza Europa o di fronte alla stazione (dove ci vuole coraggio e inventiva per passare anche se hai un cingolato blindato).
Inutile scrivere che quando si va ad ascoltare della buona musica avendo nel cuore solo ed esclusivamente il gusto di ascoltarla, facendo finta di non notare la qualità migliore o peggiore delle esecuzioni rispetto ad altri concerti, essa può riuscire a creare certe magie inspiegabili, ritrovi cose perdute, e rivedi cose mai viste.

Forse bisognerebbe conoscere meglio i personaggi e i tessuti socio-politici della città e della regione; ovvero che orchestra e coro del Teatro Massimo V. Bellini, direttore e direttrice del coro ieri hanno suonato del tutto gratuitamente. Bisognerebbe sapere che da anni il teatro versa in bilico tra enorme successo di pubblico e imbecillità gestionali, tra abbassamento di qualità e imperterrito sostegno dei melomani più incalliti. Ogni anni sento dire, e leggo che il Teatro Massimo Vincenzo Bellini rischia la chiusura e tutto questo diventa insopportabile. Immaginare di vivere in una città senza il suo teatro d’opera, senza i suoi musicisti ed eventi musicali, senza i suoi laboratori, senza le maestranze che rendono possibile non solo la magia polverosa dell’apertura del sipario, ma anche la musica sotto le stelle in estate, anche questi concerti al palazzo della cultura, ebbene, immaginare di vivere in una città silenziosa sarebbe veramente drammatico; è un pensiero che ancora mi commuove e mi spaventa. A queste persone sento, anzi ho il bisogno di scrivere.
Questo è amore. Questo è amore per l’arte, per la musica, per la città e per tutti noi cittadini. Godere di una serata come quella perché hanno deciso di dare fiducia al governatore. Ieri pensavo: “ ma persone come loro, che da anni vengono pagati a singhiozzo, che spesso lavorano gratis, che vengono da decenni di pessima amministrazione, proteste e scioperi, e ciononostante riescono ad ogni esecuzione, ad ogni opera a regalare un lavoro ineccepibile ed entusiasmante; queste persone ancora intendono dare fiducia?”
Se non è amore questo! Pensandoci più approfonditamente, forse non è solo amore, forse amore è quello dei più giovani, forse il sentimento dei più vecchi (e nel teatro si invecchia molto prima) è quello di tenersi stretto quel poco che si ha visto che non potrà esserci un “altrove”. Forse è qualche altro il motivo o forse di motivi ce ne sono uno per ogni elemento dell’orchestra, del coro e per tutti quelli che ci lavorano. Ma a tutti loro va il mio più accorato e sincero ringraziamento e a loro deve andare tutto il nostro affetto. Nostro cioè di tutti! Anche di chi non glie ne frega nulla di teatro e di musica, anche di chi ascolta solo certa musica contemporanea magari masterizzata, anche di chi crede fermamente che Il Teatro sia una cosa indispensabile ma che non ci ha mai messo piede. Il TEATRO è fondamentale per una città tanto quanto gli uffici del comune o l’ ospedale, la sua orchestra, i suoi attori e cantanti sono importanti tanto quanto gli assessori, i vigili urbani o i medici: non importa se ci sei mai entrato o se ne hai mai avuto bisogno, non importa se approvi o no le sue scelte, non importa se applaudi o bui alle sue iniziative e ai suoi spettacoli! Il teatro va sostenuto da tutti! E quando si ha la fortuna, che molti catanesi danno per scontata, di avere un teatro come il nostro non la si può e non la si deve buttare via. E non ci sono se o ma che tengano, non ci sono priorità che reggano: è così e basta così come nessuno metterebbe in dubbio l’esistenza di un sindaco o la necessità di un supermercato. Se poi aggiungiamo che nessun catanese oserebbe mettere in discussione la necessità di avere uno stadio…

Credo di sapere quale sia il problema, ci vantiamo tanto delle vecchie glorie che non vediamo l’ora di chiudere le nuove glorie per poi poterne parlare con rammarico e nostalgia, dando la colpa sempre agli altri ovviamente.

Sapete che c’è? Anche io voglio avere la stessa fiducia che ieri sera gli artisti hanno mostrato verso le istituzioni, voglio averla nei confronti dei miei conterranei e di me stesso; perché gli aiuti istituzionali da soli non bastano se manca ciò per cui questa forma d’arte vive ovvero il sostegno, e la partecipazione del suo pubblico.

domenica 21 luglio 2013

Teatri riflessi 2013 II parte



A distanza di più di un mese dalla manifestazione di quest’anno che ci ha fatto assistere ad almeno una decina di splendidi corti teatrali e conoscere altrettante compagnie intervenute da tutta Italia, incontro Alessandra Li Greci, che si occupa delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa di Iterculture proprio per chiacchierare (da socio a socio) di Teatri Riflessi.


Anche se rimangono ancora moltissimi traguardi da superare credo che l’obbiettivo di quest’anno è stato raggiunto, nonostante le numerose difficoltà dal punto di vista artistico che è il risultato della crisi che stiamo vivendo – dice Alessandra– che non è più solo crisi economica ma è una profonda crisi culturale.
Il tema di quest’anno era una provocazione perché è solo dal momento in cui hai metabolizzato e fatta tua una regola puoi permetterti la licenza di infrangerla o cambiarla. Troppo spesso in questi anni assistiamo a licenze senza regole.

Visto che la discussione si è diretta verso le regole e le loro licenze ho voluto chiederle che opinione si fosse fatta riguardo alla professionalità delle maestranze del teatro soprattutto nelle nuove generazioni.
Ce ne accorgiamo dalla scheda tecnica – risponde – quando una sola persona scrive interpreta e dirige un testo manca di confronto. Come sappiamo un buon lavoro nasce dal confronto tra lo scrittore il regista e l’attore. Esistono anche lavori davvero belli e ben fatti ma che spesso hanno una lunga gestazione, ovvero che lasciano il tempo all’autore di far sedimentare le idee e rivederle con occhi nuovi. Uno scrittore lavora in un primo livello di scrittura così come il regista lavora ad un secondo e l’attore ad un terzo: queste persone devono interagire tra loro affinché il testo cresca e si completi è davvero difficile che chi scrive e dirige faccia venir fuori un punto di vista diverso da se stesso. Per carità, ci sono persone come Nino Romeo che rappresenta l’eccezione, ma l’eccezione essendo tale è rara.

E la (retro)tendenza di questi ultimi anni è proprio di tornare alle figure diversificate del teatro la cui professionalità è palese durante le prove.

Da qui a dieci anni di tutti gli artisti che sono passati da Teatri Riflessi quanti riconosceremo nella loro carriera teatrale, in somma quanti (a parte quelli che sono già dei professionisti) faranno strada?
Credo che ogni stagione ci siano stati parecchi nomi  che vanno tenuti d’occhio

Ho notato che, a differenza del primo anno in cui molti spettacoli avevano un’impronta sperimentale molto più marcata (bene o malriuscita che fosse – ma c’era) quest’anno, oltre al fatto che mancava il teatro-danza, sembrava che i corti volessero buttarsi più sul sicuro, sul tradizionale. C’è un’inversione di marcia sullo “stupire a tutti i costi” tipico di qualche anno fa?
Scrivere è un mestiere, come il saldatore, come il panettiere, e proprio come tutti i mestieri ha bisogno di studio, pratica e di duro lavoro. Geni incompresi non ne restano a questo mondo, è solo questione di tempo e verranno fuori. Ma siccome i geni sono pochi, tutto quello che c’è sotto sono perone che lo fanno per mestiere; poi ci sono quelli che il Mestiere lo sanno davvero fare, dando a questa parola una connotazione assolutamente positiva: non ci sono più abbastanza persone che abbiano il Mestiere del teatro, la volontà di studiare, e mancando questo perdi anche la sperimentazione perché chi può sperimentare? Chi conosce; se non conosci non è più sperimentazione ma è caso…


Teatri Riflessi nasce anche come laboratorio, come esperienza, la volontà di dare al pubblico tanti spettacoli diversi, quanto seguito ha la manifestazione?
Teatri Riflessi è anche fucina, è socializzazione, è mescolanza tra compagnie, tra testi, serve a pungolare e stimolare gli artisti che si parlano, si confrontano e crescono e spesso lavorano insieme. Vediamo dopo anni che nascono delle collaborazioni artistiche molto interessanti. Oltretutto Teatri Riflessi non finisce dopo i tre giorni dello spettacolo, è una macchina che non si ferma mai che cresce di anno in anno.
Soprattutto dall’anno scorso vogliamo che Teatri Riflessi non sia un evento che si concentra tutto nel mese di giugno/luglio e poi va in sordina per rinascere ad aprile, per questo, tra le altre cose è nato Obiettivo Reportage; per continuare a dare una coda alla manifestazione, così come quest’anno è nato il progetto per la collettiva artistica StArt.
Il workshop di fotografia di scena e backstage ha un suo grande momento di visibilità al Med Photo Fest che sarà a settembre con la collettiva Teatri Riflessi. Il miglior Portfolio Tetri Riflessi avrà una mostra in galleria. Come puoi vedere è un festival che continua e che ruota intorno al teatro.

Come qualsiasi cosa che nasce è destinato a crescere nel corso degli anni, quanto è cresciuto Teatri Riflessi in cinque anni?
Tantissimo, ma non è ancora arrivato. Sia per il fatto che negli anni siamo cresciuti noi, anche anagraficamente ma anche come esperienza. È faticoso e a volte svilente per via delle difficoltà che certa burocrazia crea ma questo ti aiuta ad affrontare le varie situazioni sempre meglio.

Vi hanno mai fatto pesare la vostra età?
Sinceramente nelle prime due edizioni si. Il punto di svolta è stato quello alle Ciminiere.
La prima edizione, al Monastero, era una novità per la città. Nella seconda edizione al Cortile Platamone è venuto fortemente fuori il fatto che il nostro non è un Business e non ragioniamo in termini di botteghino; il fatto che sia tutto gratuito permette a chiunque viene di godere dello spettacolo e contribuire se lo desidera in maniera assolutamente libera attraverso la lotteria o acquistando dal bar che mentalmente è un approccio completamente diverso dal pagare un biglietto. Chi viene non paga il biglietto per lo spettacolo ma sostiene l’evento. È giusto, ovviamente che ci siano gli spettacoli a sbigliettamento, altrimenti i teatri chiuderebbero, ma il nostro è un contest diverso, è un festival che nel sogno dovrebbe diventare il Festival dell’Arte in Breve cioè una manifestazione che abbraccia tutti i campi dell’arte.

Vorremmo per questo dare a tutti gli artisti più respiro in modo da garantire al pubblico maggiore qualità.

Le amministrazioni comunali sono arrivati a capire che Teatri Riflessi è una manifestazione nazionale importantissima è ormai profondamente catanese?
Lo spero anche perché l’introito culturale ed economico che porta alla città non è indifferente.

Mi racconti un aneddoto sulla manifestazione?
Ce ne sarebbero una quantità infinita. Tutti gli anni arriviamo a maggio, soprattutto con Dario (d’Agata) ad un livello di follia per cui giuriamo che sia l’ultimo e di perderci di vista per sempre, quest’anno in particolare c’è stato il caso delle sedie fantasma. Fino all’ultimo momento il comune di Catania doveva fornirci le sedie. Al comune vige il principio che ogni richiesta consegnata al protocollo viene regolarmente persa per cui ormai è risaputo che bisogna fare quei due tre viaggi affinché la richiesta salga all’ufficio preposto. Noi fino al giorno prima del festiva, nessuno poteva essere sicuro se le sedie ci fossero oppure no. Ecco, lo dico ridendo ma è la verità: le sedie ogni anno mi tolgono dieci anni di vita.
Come per esempio poche ore prima dell’edizione alle Ciminiere pensò bene di piovere cenere per cui si è reso necessario ripulire tutto l’anfiteatro delle Ciminiere.
A Teatri Riflessi nascono davvero delle belle sinergie ed è la magia di assistere allo spettacolo, mentre la gente arriva e si spengono le luci e la musica comincia, che ti frega, perché in quel momento dimentichi tutto il resto.



Ringrazio di cuore Alessandra Li Greci per il magnifico, caldo, pomeriggio passato a fare questa chiacchierata e che, nonostante tutti gli impegni che la legano, riesce sempre ad essere estremamente gentile e disponibile e davvero una cara amica.

Se la Gioconda fosse in 3D e Vivaldi in DS



Buon giorno cari, spero che la Biblioteca continui ad essere un luogo confortevole ed accogliente ma che soprattutto sia pieno di stimoli.
Molti musicisti, studiosi o direttori prendendo il posto dei filologi, utilizzano strumenti e tecniche d'epoca o riproduzioni in modo da rendere il suono più simile possibile a quello che aveva al momento in cui è stato composto; ma questo non sarebbe come ricostruire il tempio di apollo a Siracusa utilizzando l'acciaio?
Qualche tempo fa uscirono per una nota casa discografica le versioni “originali” di alcune opere compositive di notissimi musicisti del passato. In particolare faccio riferimento, per esempio, alle sinfonie di Beethoven con i metronomi originali. Il risultato è degno del Maesctro. Perché? Perché fastidiosamente e incredibilmente veloce, sembrava che il metronomo avesse perso il suo contrappeso. Un plauso al lavoro filologico di farci ascoltare le sinfonie con le stesse orecchie di chi le ha ascoltate la prima volta ma la sensazione di fastidio mi è rimasta appiccicata come una caramella alla suola delle scarpe.
Però, ora che ci penso, forse il pessimo risultato è dato dal fatto che l’operazione filologica è stata lasciata a metà. Ovvero è stato rispettato il metronomo, ma gli strumenti? Beethoven non ha di certo composto per l’acustica di una sala di registrazione ect ect…
Aspettando che qualcuno registri una edizione al 100% filologica (sempre che sia veramente necessario) intanto continuo con le mie riflessioni a tempo perso.
Gli strumenti musicali e le tonalità con cui viene oggi suonata la musica di cento o duecento anni fa ovviamente non sono gli/le stessi/e per cui quella musica è stata composta: i legni sono diversi, le tonalità musicali sono cambiate, i materiali degli strumenti e dei luoghi in cui ascoltare la musica sono cambiati i luoghi stessi sono diversi.
In realtà la grandezza dei compositori è stata data dalla loro fortuna poiché ciò che hanno composto risulta accettabile solo dalla sensibilità e dal cattivo gusto degli “uditori” del loro tempo visto che ciò che hanno fatto risulta una tortura auricolare? Oppure dovremmo accettarla così come è stata composta e concepita e apprezzarla per altro, senza giudicare bellezza e bruttezza ma solo il loro valore storico. Un po’ come si fa con le sculture neolitiche o l’architettura romanica?
Fino a che punto possiamo considerare un autore un grande autore se, nel corso dei secoli, adeguiamo l’esecuzione della sua musica al nostro gusto che cambia? Si può modificare un’opera pittorica quattrocentesca per adeguarla meglio al gusto del XI seco? Si può sostituire la Domus Aurea per renderla più eco-compatibile? Si possono ravvivare i colori di un Morandi per adeguare la sua pittura al gusto di uno spettatore televisivo? E le La Gioconda diventasse 3D?
Al contrario, fino a che punto è giusto essere filologici se il risultato è decisamente sgradevole?
In fondo forse, ma è solo una possibilità, bisogna perseguire il vero scopo della musica, ovvero quello di essere ascoltata e goduta; e quindi che ben vengano i violini con corde di crine e la Primavera di Botticelli ad Alta Definizione.
Aspettando che prima o poi riesca a trovare una soluzione a questo, mi ritiro.

domenica 7 luglio 2013

Parlando Siculish



Questa non è per appassionati di musica popolare siciliana: chi si aspetta flauti cembali e strozzati cantanti neomelodici può benissimo passare avanti; quella di Konon non è musica per turisti, ma musica per siciliani, per italiani come siciliane e italiane sono le parole e le note che la compongono.
D’altra parte non si tratta neanche di un arido scimmiottamento della musica pop italiana, più o meno sapientemente tradotta in siciliano, ma di testi di cui si sente la profonda origine sabbiosa e umida della nostra terra.

Qualche settimana fa sono stato invitato da Konon stesso ad ascoltare lui e il suo gruppo all’interno di una manifestazione organizzata dall’associazione catanese Thamaia, una Onlus che lavora contro la violenza in special modo contro le donne e gli immigrati; già da tempo ero curioso di ascoltare che tipo di musica facessero. Conosco Konon da anni come amico, come filologo come artista ma mi incuriosiva l’idea e il risultato di questo suo ultimo lavoro che non esito a chiamare “studio” cioè Variazioni in siculish. Ne sono rimasto piacevolmente affascinato.

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In poche parole Variazioni in siculish, che nasce da una costola di Vossia (il suo lavoro precedente) “non è altro che la continuazione delle ricerche sul dialetto, un approfondimento sulle varianti meno studiate del siciliano e le differenze linguistiche tra le varie zone” dichiara Konon stesso e continua chiarendo che il siculish è una delle varianti meno conosciute del siciliano e, viste le proprie caratteristiche, impossibile da codificare: è una lingua nata ai primi del novecento quanto i migranti giunti nei paesi anglofoni crearono un linguaggio che mescolasse il siciliano da cui provenivano e la lingua del luogo; un linguaggio fatto di storpiature in cui l’italiano non era neanche contemplato in quanto lingua originariamente sconosciuta ai migranti stessi.

Chiarire in cosa consiste questo progetto sociolinguistico-musicale è di fondamentale importanza per capire la sua musica e i temi trattati dalle sue canzoni. Si parla di migranti, quindi, di terra, di appartenenza e non appartenenza, di sofferenza e disilluso senso di riscatto.

Come dicevo all’inizio non è la musichetta folcloristica fatta da pifferi e mandolini ma una musica estremamente contemporanea che si rifà, senza copiarla, alla più squisita tradizione sonora fatta di echi di antichissime corde di un’anima fortemente siciliana. Forse risente molto del siciliano dell’entroterra questa secchezza dei toni determinata da proverbi e assunti che hanno tutta l’aria di sentenze senza appello, che impongono il dovuto rispetto senza repliche, un po’ come quel rispetto insegnato a tutti noi bambini alle parole (spesso incomprensibili e storpiate) del vecchio patriarca zio.

Ogni parola è sentenza, ogni esperienza è tesoro conquistato col sangue. Ogni giorno, per un siciliano, è la consapevolezza che quel tesoro conquistato grammo dopo grammo con estrema fatica procurerà un godimento pari alla fatica avuta per averlo, il che porterà l’ago della bilancia “a paro”; e non può essere altrimenti perché tutto in Sicilia è equilibrio.

Questo equilibrio nella musica di Konon è chiaro; una musica in cui ogni nota alta è pareggiata da toni più bassi, in cui ogni speranza è bilanciata dall’esperienza in cui ogni voce è allo stesso tempo solista di un sentimento corale e coro di un intimismo profondo e opaco.

Ovviamente potrei continuare a scrivere per tutta la giornata analizzando canzone per canzone, sproloquiando su stile testi e sonorità, scelte strumentali e vocali ma sono fermamente convinto che la Musica va ascoltata e che ogni commento spesso è superfluo non perché non necessario ma perché a cuore e anima non appartiene lo stesso linguaggio artificiale che è proprio della mente; quindi vi consiglio di cercare i posti dove suonano Konon e il suo gruppo perché ne vale assolutamente la pena.

mercoledì 26 giugno 2013

Un ascensore a Piazza Vittorio e un maialino a Sal Salvario




Dopo una lunga, faticosa, intensa assenza trovo qualche minuto per ritornare a scrivere in Biblioteca.
Non che in questo periodo non sia (o mi sia) accaduto nulla, anzi: cercherò di recuperare pian piano confidando in più tempo libero a fine luglio.

Comincio col proporvi un ottimo giallo (anzi due) dell’autore italiano Amara Lakhous:  Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario

Lo scrittore Lakhous ha presentato il suo ultimo romanzo qualche settimana fa alla libreria Cavallotto di Catania anche se la conversazione, come prevedibile, si è sviluppata su tematiche sociali quali l’immigrazione, le differenze e le affinità culturali tra immigrati e italiani, le leggi italiane a riguardo e islam e cristianesimo a confronto. Tutte tematiche assolutamente interessanti e che sarebbe stato piacevolissimo approfondire e sviluppare e noto con estremo piacere che alle domande spesso polemiche di un uditorio, che per il solo motivo di partecipare alla presentazione di un autore immigrato naturalizzato italiano, appariva già schierato “pro-integrazione” l’autore rispondeva con estrema lucidità e arguzia, fuori dal tono polemico o provocatorio ma dando di tutto un’analisi approfondita e chiara.

“sono un italiano perché L’Italia è il Paese che ho scelto” questa l’identità che Lakhous da di se stesso e continua “appartengo alla lingua che ho scelto ed è per questo che sono italiano”

Parlando del personaggio principale dei suoi romanzi, il commissario Enzo Laganà, lo definisce come il suo “alter ego italiano”.

Proseguendo nella discussione Lakhous fa notare come gli italiani siano pieni di contraddizione che caratterizzano il loro stesso essere: “gli italiano hanno paura degli immigrati ma a loro affidano le chiavi di casa e i loro genitori. L’immaginazione spesso è più forte della realtà: c’è l’esigenza di curare l’immaginazione malata di molto italiani; negli anni venti migliaia di veneti (non di siciliani o calabresi) sono emigrati in Romania per fare i muratori: l’ironia della storia.”

Quando la conversazione cade sulla spinosa tematica dell’integrazione Lakhous esprime così il suo pensiero:
“anche se cambiano le parole, le facce, la questione meridionale non è mai stata risolta. Quella italiana è già di per se una realtà multiculturale, si pensi ai napoletani e ai milanesi, e spesso l’immigrazione malata è fatta da nodi irrisoti, di sofferenze non elaborate […]sarebbe meglio che gli italiani si integrassero tra loro prima di integrare gli altri. Integrarsi significa incorporare qualcosa in qualcos’altro; in Italia vedo tanta fragilità, come si fa ad integrare qualcosa dentro una cosa già fragile? Pensiamo alla situazione politica o sociale italiana”

Conclude amaramente ironico Lakhous evidenziando dove e perché l’immigrazione in Italia funziona perfettamente. In Italia la delinquenza è perfettamente organizzata e perfetta nei suoi meccanismi ed avendo bisogno “l’integrazione dei modelli di riferimento, in Italia la delinquenza anche in campo immigratorio, funziona benissimo ed è perfettamente integrata”.

A questo proposito mi viene da pensare, senza dilungarmi in discussioni escatologiche che risulterebbero pesanti in questo contesto, ad un esempio cioè i parcheggiarori che infestano le nostre piazze e le strade che stanno semplicemente sostituendo o affiancando chi ci stava prima che, non solo propriamente italiano, è quanto di più radicato nel nostro tessuto sociale.

Una domanda squisitamente letteraria a proposito dei romanzi proposti: perché ha deciso di essere uno scrittore di gialli?
I romanzi hanno una profonda importanza del panorama letterario italiano contemporaneo perché stilisticamente eleganti calati, linguisticamente, nel contesto socio culturale italiano di quartieri interculturali di Roma e Torino; lo stile di Lakhous ricorda molto da vicino la ricerca linguistica operata da Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana  (guarda caso un altro giallo) ma con una marcia in più perché all’interno di questi romanzi non c’è solo la varietà linguistica di strati diversi della società italiana ma anche di tutti quei “nuovi” italiani che popolano e fanno crescere il nostro paese, così integrati e “italiani” da non far dimenticare al lettore che si sta parlando di persone nate o con origini in paesi altri che l’Italia.

A differenza di Gadda però nei romanzi di Lakhous l’assassino c’è? Ovviamente non sta a me dirlo, in fondo stiamo sempre parlando di gialli!

Buona lettura.

lunedì 10 giugno 2013

Teatri Riflssi 2013 I parte



Si è conclusa ieri sera, o sarebbe meglio dire questa notte, la quinta edizione del festival dei corti teatrali “Teatri Riflessi”, manifestazione culturale che fa del proprio centro il teatro, ideata, organizzata e fortemente voluta e sostenuta dai volontari dell’associazione Iterculture.
La manifestazione si riconferma un importante incontro culturale catanese, incastonata nella prestigiosa sede dell’ex Monastero dei Benedettini, di cui forse la maggior parte dei cittadini rimane inconsapevole.
Encomiabile, anche quest’anno, il lavoro di tutti i soci attivatisi per portare avanti e sostenere un progetto fondamentale per il panorama culturale non solo siciliano ma nazionale.

Scriverò prossimamente nello specifico dei vari aspetti che anno caratterizzato questa edizione (i commenti dei vincitori, le impressioni a caldo e a freddo di chi lo ha visto e di chi lo ha vissuto ect …)

In generale si può affermare senza ombra di dubbio che quest’anno ha riservato agli spettatori e alla giuria non poche sorprese. Infatti, partendo dalla prima serata, sinceramente devastante per la qualità dilettantesca e insensata di alcuni corti, tanto da far affermale a qualcuno “il teatro è morto!” si è approdati ad una finale densa di qualità, emozioni e (cosa più importante) qualità altissima che ha garantito lo svolgimento di un grande spettacolo e ha tenuto gli spettatori incollati in platea fino alla fine.

Teatri Riflessi è una manifestazione importantissima soprattutto per il fatto, dal mio punto di vista, che di anno in anno fornisce un saggio dell’evoluzione del teatro in Italia, della percezione della società in cui viviamo e fa il punto su dove siamo arrivati e cosa ci riserva il futuro dell'arte, insomma una specie di fiera del teatro che presenta al pubblico i nuovi trand del palcoscenico. Infatti dallo sperimentalismo sfrenato, acrobatico e dall’unico scopo di spettacolarizzazione del testo a cui abbiamo assistito nella prima edizione, quest’anno i testi puntavano più sulla parola, sul significato, sul senso dell’essere e dell’esistenza del teatro stesso. Un evoluzione verso il concreto che qualcuno ascriverebbe ai tempi di crisi che stiamo vivendo, in cui tutto si fa più asciutto e diretto senza troppi trampoli e sperimentalismi estremi. Forse è così e, per me, è molto meglio.
Anche i temi si sono evoluti: dalla ricerca e l’esplorazione della follia umana e del trauma interiore, dall’alienazione del singolo fuso e disciolto nella società, dagli scenari post apocalittici e dallo scetticismo sulle nuove tecnologie  si è passati per il mondo dell’infanzia o del fanciullino interiore che si interroga sul proprio ruolo nella società attraverso la vita e la letteratura; fino a toccare i grandi e profondi temi di quest’anno: il disagio sociale che alimenta mafia o nella camorra (Patrizio – corto vincitore) , l’abuso sui minori (l’amore è un’altra cosa), l’omosessualità (io mai niente con nessuno avevo fatto; Giacominazza – vincitore premio drammaturgia testi originali) l’abuso di potere e la vendetta (a, ovvero quel che resta di Antigone; no pothu reposare) ect…

La serata di ieri è stata veramente una grande serata, una di quelle che ti fanno riprendere fiducia nel mondo e nell’arte. Confesso che tornando a casa dalla prima, dalla quale sono state escluse tutte (salvo il ripescaggio di due corti per la finale) le compagnie in gara, ero alquanto scoraggiato. Se questa è la direzione che sta prendendo il teatro in Italia preferisco cambiare mestiere; pochissima professionalità, ancora meno studio, testi insensati e vacui, una sensazione di vuoto e disperazione, quasi di lutto.
È vero che l’Italia è un paese gerontocratico in cui lo spazio ai giovani è limitato se non inesistente  - pensavo - ma se “i giovani” sono quello che abbiamo visto preferisco le vecchie cariatidi dello spettacolo che almeno sono garanzia.
Fortunatamente la seconda serata mi ha smentito! Professionalità, godibilità, divertimento e profondità: il palco ha dato vita a grandi personaggi interpretati in maniera ineccepibile e a storie che sono riuscite, più di una volta, a solleticare il cervello e colpire allo stomaco del pubblico e dei giudici per i quali è stato veramente difficile scegliere il vincitore.

Il teatro non è altro che il corpo visibile di un’anima che è la società da cui prende vita. La differenza sta nel fatto che se fino a qualche decennio fa il Teatro era un enorme specchio posto sul proscenio che non fa altro che riflettere uno ad uno chi sta in platea, denudandolo, scavando nella sua coscienza, nei suoi pensieri, sviscerandolo, oggi quello specchio riflettente si è allargato, non solo alla platea ma al mondo diventando per se stesso sede di virtuosismo e banalità, eccellenza e insulsaggine, spazio sconfinato della mente e fastidio.
tutto questo è soprattutto colpa nostra! La morale perbenistica e insicura ci ha insegnato a non buare più davanti ad uno spettacolo francamente orribile.
Quanto rimpiango quegli splendidi ortaggi marci gettati alle “capre” sul palco!
L’incapacità di critica, anche feroce e plateale, offre a questi deturpatori del tempo altrui, strazianti aguzzini dell’intelligenza umana e molestatori della pazienza, la patente per continuare a svolgere il loro tremendo mestiere, che sotto la falsa veste di Attore, Scrittore, Performer svolgono la loro vera vocazione di torturare fino allo spasimo le nostre buone e immacolate coscienze come nuovi strumenti del male atti a turbare i nostri sonni e togliere risorse e tempo a ciò che di bello, buono , santo e giusto può essere il teatro.

Il teatro non è morto, forse siamo noi scrittori, critici, operatori dello spettacolo, ma soprattutto siamo noi pubblico ad esserci intorpiditi e fare a teatro come nella vita ovvero sorbire passivamente quello ciò per cui abbiamo pagato.

Il teatro non è morto perché finché continueranno ad esistere manifestazioni e festival come Teatri Riflessi con la sua qualità e professionalità, finché in concorso ci saranno corti degni di essere visti e apprezzati, finché ci saranno persone capaci di applaudire col cuore e con le lacrime, come ho visto ieri sera, il teatro non è e non sarà morto perché avrà ancora la preziosità di un barlume di luce nel torpore e nella sozzura del mondo, la forza affaticata della speranza, la grinta dell’esserci e voler continuare ad esserci e questo è Vita, questo è Teatro!


Alfredo Polizzano

mercoledì 22 maggio 2013

Il demone sterminatore, cronache del fiume senza rive




Sembra che le avverse condizioni atmosferiche che questo pomeriggio hanno sferzato Catania con raffiche di vento eccezionali che non accennano ad attenuarsi siano state concertate da Vincent Spasaro per accompagnare la presentazione del suo ultimo romanzo il demone sterminatore, cronache del fiume senza rive alla libreria Cavallotto.
Un dark fantasy che ti fa venire voglia di divorarlo nonappena lo vedi in vetrina e i brani letti dallo stesso autore non fanno che accrescerene la “fame”.  
“E’ un romanzo onirico” dice lo stesso autore parlando di ciò che lo ha ispirato a scriverlo; cominciato undici anni fa il libro racconta di una storia senza tempo, senza luogo se non la fantasia di chi lo ha scritto. Fin dalle prime pagine infatti il lettore è colpito dalla presentazione di un manoscritto che darà origine alla narrazione, per poi continuare con l’intervista ad un esploratore; poche pagine ancora e si è catapultati all’interno del romanzo vero e proprio. Un viaggiatore senza nome vaga in una palude dove tutto esiste per rafforzare lo stato inconsistente ed angosciante della palude stessa. Da questo inizio riesce quasi difficile immaginare ciò che porterà alle scene di battaglie sanguinose e sanguinolente raccontate e vissute dai personaggi mitici e fantastici che compongono la trama di un tessuto storico assolutamente avvincente e quasi provocatorio.

Spasaro continua facendo eco al quarto di copertina dicendo “in questo libro tutto ciò che è logico nella vita reale non ha nessuna consistenza; tutto ciò che sapete – continua – del bene e del male appare, se non rovesciato, diverso”. La trama del libro infatti è estremamente semplice nella sua apparente illogicità: intellettuali, guerrieri, cacciatori braccano un demone colpevole di aver compiuto un deicidio. Tutto qui se non fosse per il fatto che il caos che ne deriva diventa uno stato mentale del lettore che rimane coinvolto sempre più tra le righe e le parole di ogni pagina e non può far altro che continuare fino all'ultima.
Come in ogni triller che si rispetti questo dark fantasy ci offre l’ansia dell’horror, l’avventura e il sangue di guerre epiche e la suspanse di un giallo tutto condito, oltre che dal dramma psicologico dei personaggi e delle ambientazioni, da una scrittura fluida, diretta e vagamente arcaica, tipica del genere, in cui è facile scovare di tanto in tanto termini caduti in disuso nella lingua parlata.

La presentazione del libro alternava brani letti dall’autore a canzoni del gruppo progressive Living stilts dalle sonorità rock e dagli accordi medievali, il che rendeva tutto ancora più accattivante e coinvolgente.

Buona lettura!

martedì 21 maggio 2013

Notte bianca a Catania


Prendo il 448 che di sabato non piega per corso Sicilia ma per via Umberto e mi da la possibilità di percorrere una certa parte di via Etnea, quella più interessante dal punto di vista della Notte Bianca, a piedi e raggiungere i miei amici che mi aspettano in piazza Stesicoro.

Via Etnea è disseminata, ad intervalli regolari, da palchi in cui vari gruppi fanno le loro esibizioni e il primo di questi ad accogliermi da sopra il bus, giusto di fronte all’entrata su via Etnea del parco Bellini ospita una sorta di saggio di danza moderna: quattro ballerine si muovono nella maniera più sgraziata e scoordinata ma dai loro sguardi e dai loro corpi si vede chiaramente tutto l’impegno e il poco studio e ancora più scarsa professionalità con i quali si sono preparati alla serata. Dai visi dei parenti e dagli amici si vede chiaramente l’orgoglio di avere una conoscente sul palco.
Ma perché mai continuate ad illudere questi ragazzini e queste ragazzine che possano diventare ballerini e ballerine? Per quale motivo continuate a motivare e far esibire tali sgraziate, disorganizzate incompetenze? Per quale motivo fargli credere di essere capaci a ballare? Chè poi si ritrovano a faticare in qualche talent show rispondendo alle critiche convinti di essere i nuovi Nureyev? per aiutare gli editori senza alcuno scrupolo culturale a vendere libri di ultima categoria sbandieranti titoli del tipo “se ci credi veramente” oppure “inseguendo un sogno”; qualcuno dovrebbe però spiegare a queste future galline pretenziose (appellativo di cui le discolpo pienamente, sia chiaro) che i sogni si raggiungono solo a costo di un assiduo, estenuante, devastante studio; di quello studio che ti fa sanguinare i talloni e ti indurisce lo sguardo e solo a questo prezzo, col dolore che ancora ti corrode gli occhi e i polsi puoi sapere davanti ad una porta chiusa che un’altra se ne aprirà e trovare la forza di andare avanti.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si!
Chi mi conosce o chi ha cominciato a leggere le mie “cose” sa che questa risposta da parte mia è quasi sempre ambivalente; in questo caso lo è.

La Catania che non ha la minima idea di quale forza e quale importanza ha la propria città, quella Catania che considera cultura uno spettacolo televisivo dove bellocci saltano come grilli o urlano come scimpanzé in amore o dove bambini in prepubertà cantano canzoni di amori profondi o sfatti e finiti senza, per forza anagrafica, poterne capirne il significato applauditi da genitori orgogliosi e telespettatori e commedianti ipocriti che sorridono più ai loro “gettoni di presenza” che ai bei faccini dall’ugola coraggiosa; questa Catania, dicevo, merita davvero di fermarsi in piazza università dove gli antichi ritratti dei rettori dell’ateneo dentro le centenarie aule di Palazzo Centrale sono costretti ad assistere attoniti a pargoli stonati mentre cercando di prendere note e accordi di cui sconoscono l’esistenza per sfogare l’ansia da prestazione di genitori in cerca di celebrità riflessa.

Così come la Catania appena descritta merita quanto detto, a scapito delle mie orecchie e dei miei occhi e del comune senso della decenza, esiste un’altra Catania che merita l’altra parte della notte bianca, l’altra parte di quella città che esiste e che giace fremente di essere ascoltata tra la polvere degli archivi e le pietre secolari cementate dal sudore degli artigiani e consumate dagli occhi degli studiosi. È stata una gioia per il cuore, nonostante il servizio di sicurezza non ne sapesse nulla, sapere che molti musei erano aperti, e lo sono rimasti fino a tarda notte ad accogliere a prezzo ridotto folle e folle di visitatori e curiosi fornendo gratuitamente dei volontari come guide e degli attori come performer tra i monumenti. Tra i tanti luoghi visitabili, dopo una lauta cena in un famoso locale di piazza Federico di Svevia, io e i miei amici abbiamo deciso di continuare ad omaggiare il nostro illuminato Federico visitando il Castello Ursino.
La visita al castello, tra il primo e il secondo piano e le torri  e la macchinetta del caffè all’interno di una di quest’ultime e la scala di cemento armato che conduce ad un’ala del castello, credo, non ancora aperta, è stata davvero rigenerante. Lo spessore di quei muri che hanno resistito incuranti alle devastazioni più catastrofiche, sbeffeggiando tutte le più moderne tecniche antisismiche, riusciva a tenere fuori dai pensieri di una folla di stanchi curiosi tutta la confusione di fuori.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si, perché esiste una città che cerca e vuole ciò che è meglio, ciò che è solido, ciò che è veramente bello, non perché lo scrivo io in un blog ma perché è li sfidando i secoli e le critiche, perché è un simbolo, perché se ne frega dell’incompetenza della guida che spiega i primi tentativi di prospettiva nelle icone cinquecentesche con l’orror vaqui o facendo notare che il mando di una madonna è “monocolorico”; queste bellezze se ne fregano perché nonostante tutti gli strafalcioni che possono udire sul loro conto stanno li prepotenti e belle, arroganti ma consapevoli del loro indiscusso valore e della loro inestimabile bellezza. Quelle madonne, quegli angeli, quei san Cristoforo stanno li con la pretesa di essere opere d’arte perché lo sono davvero, così come i coralli del museo della Fondazione Puglisi Cosentino o le celle dell’Ex Monastero dei Benedettini.

A questo punto so che qualcuno sta pensando “meglio questa versione” oppure “ma che noia, meglio quell’altra, almeno uno si diverte” o , sono sicuro, i moderati, pacifisti, gli egualitari, i giusti, gli equi, i politici o gli aspiranti tali in prima fila staranno pensando “sicuramente è tutto molto bello, ma una città ha bisogno sia della cultura sia dello svago”.

A parte che qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la cultura non può essere anche uno svago; a questo proposito chiederei a chi ha pensato quest’ultima cosa di andarlo a dire a quella schiera di animatori, attori e volontari rimasti svegli e attivi fino a tarda notte per cercare di divertire il pubblico. Sulla definizione di svago non mi soffermo perché ho già scritto abbastanza e credo che il mio punto di vista sia chiaro; credo che non sia necessario scendere così in basso per potersi divertire, né valicare le più eccelse vette dello scibile per poter fare cultura e questo, chi fa o ama la cultura lo sa benissimo e lo dimostra anche e soprattutto in queste occasioni.

Fra Maria Callas e Marco Mengoni c’è Mina.

mercoledì 15 maggio 2013

La Biblioteca nel museo immaginato di Philippe Daverio



Non c'è casa che conti senza i caminetti e l'impiano termico, necessari al riscaldamento dei corpi. Non c'è casa che conti senza una biblioteca, necessaria al riscaldamento dello spirito

Philippe Daverio


Ironico, divertente, “alla mano”; chi ama Philippe Daverio (come lo amo io) potrà trovare in questo volume il perfetto stile del noto critico eclettico. L’autore infatti mette su carta in maniera perfetta, quasi maniacale nella sua semplicità, ciò che la maggior parte di noi amanti dell’arte e dei buoni libri abbiamo sempre immaginato: una casa ideale scrigno di comodità, convivialità e tesori d’arte figurativa, scultorea e libraria.

Daverio si sofferma alle opere pittoriche, anzi ai quadri (perché pittura sono anche le strisce pedonali) ma nel descrivere la collocazione ideale dei “suoi” quadri dà al lettore una bellissima panoramica di quella che è questa casa-museo.
Philippe, mi viene di chiamarlo così visto lo stile del libro, ti accompagna dalla porta d’ingresso a visitare la casa come si usa fare tra gli amici che si sono appena trasferiti o ancora tra i vicini in luoghi remoti della Sicilia, usanza che inorgoglisce i possessori di belle case più per saziare se stessi che per dovere i ospitalità; continua a descriverti brevemente il mobilio e perché ha deciso di appendere quel San Giorgio nel pensatoio o quella veduta di Venezia nella sala d’ingresso il tutto accompagnato tra le pagine dalle immagini dei dipinti in questione (ovviamente) ma anche dai disegni che raffigurano, in schizzi a matita, le stanze in cui stiamo per entrare.

Il resto della scrittura è tipicamente Daveriana, piena di chicche e di strizzatine d’occhio, profonda tanto da farmi sentire un imbecille ma con la delicatezza e il garbo di chi è consapevole della superiorità della propria cultura, acquistata con gli anni e con le amicizie fatte nel corso della propria vita (come si intuisce chiaramente nella sua nota nelle prime pagine del libro), con quel garbo, dicevo, della consapevolezza e l’intelligenza di non fartela pesare. Forse è proprio questo modo di porsi col lettore che suscita rispetto, perché leggendo non riesci a provare l’antipatia che si prova verso i saccenti e neanche l’abnegazione davanti all’uomo di cultura ma la voglia di continuare a stare in sua compagnia magari davanti ad un piatto di fichi e un Nero d’Avola.

Per il resto buon appetito!

Alfredo Polizzano

martedì 14 maggio 2013

conversazioni a catena

Alla scuola elementare la maestra mi ha insegnato a suon di insulti che all'interno di una conversazione, di una frase e, più in generale, di una persona di un qualsiasi status, il linguaggio deve essere omogeneo, uniforme e coerente sempre con lo status della persona che lo pronuncia. In poche parole, se sei una persona colta devi sempre e comunque parlare come se stessi chiacchierando con l'ambasciatore del siam, se sei un carrettiere puoi permetterti di mescolare dialetto e italiano senza preoccuparti della coniugazione dei verbi (per maggiore coerenza magari alterna frazi a insulti).
Ho sempre creduto che se anche L'ambasciatore del Siam fosse un mio coinquilino, lui stesso si annoierebbe a morte parlando "coi quinci e squinci" mantenendo sempre un Tipo di conversazione alto e su argomenti sempre elevati.

Questo tipo di insegnamento però ha portato a tantissime generazioni di persone, compresa la mia, a soffrire di malattie linguistiche molto gravi e spesso ormai senza cura perchè divenute croniche come l'ipercorrettismo e la tendeza al linguaggio aulico o peggio (spesso nelle persone meno colte) a quello ministeriale e a scandalizzarsi davanti a conversazioni che partono dalle capre per arrivare ai cavoli o dal sacro per finire al profano.

Riporto quella che io chiamo "conversazione a catena"; ovvero quella conversazione che avviene a volte dopo pranzo o dopo cena, insomma spesso quando si cerca di impiegare il tempo con una buona compagnia, e ci si ferma a parlare prendendo spunto dalle cose più disparate, da qualche parola carpita dalla tv lasciata accesa nella camera accanto alla bontà della fragranza della crostata di ricotta appena sbriciolata avidamente tra i denti, arrivando a punti inimmaginabili che, se non fosse per il tempo che passa e la notte che si accorcia, potrebbero far continuare la conversazione per ore.

Caffè sigaretta e quarantaquattro chiacchiere di cui ne resta sempre il resto di due.

Questo tipo di conversazioni accadevano spesso quando condividevo casa col mio amico V. ed è per questo che tempo fa ho deciso di riportarne uno schema esplicativo.
Piccola nota sociologica: in questi casi è tipico che la conversazione parta da argomenti banali (come può essere la forma eccentrica di un guscio di nocciolina spaccato) e continui su argomenti più seri come la politica o la religione per poi concludersi in tre casi opposti:
  • il "litigio" per divergenza di opinione sui massimi sistemi che governano il mondo (dinamica ascendente);
  • la conversazione torna di nuovo ad argomenti banali se non di bassissimo profilo di interesse sociale per non dire sconci, da taverna, condizione data spesso dalla quantità di vino ingerito tra una battuta e l'altra (dinamica piana o discendente);
  • la conversazione ritorna magicamente all'argomento iniziale (dinamica circolare)
La condizione secondo cui una conversazione conviviale comincia seguendo certi termini e finisce in maniere inaspettate non è una cosa nuova agli occhi e alla mente di chi legge, e ne sono completamente consapevole, cinema e letteratura ne sono colmi, ma mi piacerebbe che chiunque scrivesse una catena alla quale ha partecipato, sono sicuro che ci si stupirebbe dei meandri tortuosi della mente umana a contatto con una o più menti altrettanto tortuose. Alla fine non è altro che il gioco dell'associazione di idee con la differenza che in questo caso non è solo un esercizio mentale ma un frammento di vita vissuta e incontrollato, irragionato, stupefacente e meraviglioso come una fontana.

Che collegamento c'è tra Francesco Bacone e Francesco Bacone?

Francesco Bacone/studi classici/tecnici/proust e stendhal/sindrome di stendhal/opere che ti fanno provare suddetta sindrome/il Cristo velato/cappella/chiesa/duomo/statua del duomo/Berlusconi/delirio di onnipotenza/capi di stato/nobel ad Obama/motivazione per il conferimento di premi internazionali/guinnes dei primati/Barbara d'Urso/chirurgia plastica/i poteri della scienza/Francesco Bacone.


Ecco un esempio di come il linguaggio cambia modo, stile, carattere, spessore e profondità all'interno di una stessa conversazione. Maestre ditelo ai vostri allievi che la lingua italiana è meravigliosa mente ricca e preziosa in ogni sua forma e che il linguaggio umano non può e non deve essere standardizzato ma acquisito esercitato e valutato in ogni sua forma e genere in modo da saperlo applicare correttamente all'occorrenza.


Per maggiori informazionichiarimenti e dubbi sull'argomento vi consiglio caldamente un libro che mi ha cambiato la vita e intanto aspetto altri esempi di "conversazioni a catena"