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mercoledì 22 maggio 2013

Il demone sterminatore, cronache del fiume senza rive




Sembra che le avverse condizioni atmosferiche che questo pomeriggio hanno sferzato Catania con raffiche di vento eccezionali che non accennano ad attenuarsi siano state concertate da Vincent Spasaro per accompagnare la presentazione del suo ultimo romanzo il demone sterminatore, cronache del fiume senza rive alla libreria Cavallotto.
Un dark fantasy che ti fa venire voglia di divorarlo nonappena lo vedi in vetrina e i brani letti dallo stesso autore non fanno che accrescerene la “fame”.  
“E’ un romanzo onirico” dice lo stesso autore parlando di ciò che lo ha ispirato a scriverlo; cominciato undici anni fa il libro racconta di una storia senza tempo, senza luogo se non la fantasia di chi lo ha scritto. Fin dalle prime pagine infatti il lettore è colpito dalla presentazione di un manoscritto che darà origine alla narrazione, per poi continuare con l’intervista ad un esploratore; poche pagine ancora e si è catapultati all’interno del romanzo vero e proprio. Un viaggiatore senza nome vaga in una palude dove tutto esiste per rafforzare lo stato inconsistente ed angosciante della palude stessa. Da questo inizio riesce quasi difficile immaginare ciò che porterà alle scene di battaglie sanguinose e sanguinolente raccontate e vissute dai personaggi mitici e fantastici che compongono la trama di un tessuto storico assolutamente avvincente e quasi provocatorio.

Spasaro continua facendo eco al quarto di copertina dicendo “in questo libro tutto ciò che è logico nella vita reale non ha nessuna consistenza; tutto ciò che sapete – continua – del bene e del male appare, se non rovesciato, diverso”. La trama del libro infatti è estremamente semplice nella sua apparente illogicità: intellettuali, guerrieri, cacciatori braccano un demone colpevole di aver compiuto un deicidio. Tutto qui se non fosse per il fatto che il caos che ne deriva diventa uno stato mentale del lettore che rimane coinvolto sempre più tra le righe e le parole di ogni pagina e non può far altro che continuare fino all'ultima.
Come in ogni triller che si rispetti questo dark fantasy ci offre l’ansia dell’horror, l’avventura e il sangue di guerre epiche e la suspanse di un giallo tutto condito, oltre che dal dramma psicologico dei personaggi e delle ambientazioni, da una scrittura fluida, diretta e vagamente arcaica, tipica del genere, in cui è facile scovare di tanto in tanto termini caduti in disuso nella lingua parlata.

La presentazione del libro alternava brani letti dall’autore a canzoni del gruppo progressive Living stilts dalle sonorità rock e dagli accordi medievali, il che rendeva tutto ancora più accattivante e coinvolgente.

Buona lettura!

martedì 21 maggio 2013

Notte bianca a Catania


Prendo il 448 che di sabato non piega per corso Sicilia ma per via Umberto e mi da la possibilità di percorrere una certa parte di via Etnea, quella più interessante dal punto di vista della Notte Bianca, a piedi e raggiungere i miei amici che mi aspettano in piazza Stesicoro.

Via Etnea è disseminata, ad intervalli regolari, da palchi in cui vari gruppi fanno le loro esibizioni e il primo di questi ad accogliermi da sopra il bus, giusto di fronte all’entrata su via Etnea del parco Bellini ospita una sorta di saggio di danza moderna: quattro ballerine si muovono nella maniera più sgraziata e scoordinata ma dai loro sguardi e dai loro corpi si vede chiaramente tutto l’impegno e il poco studio e ancora più scarsa professionalità con i quali si sono preparati alla serata. Dai visi dei parenti e dagli amici si vede chiaramente l’orgoglio di avere una conoscente sul palco.
Ma perché mai continuate ad illudere questi ragazzini e queste ragazzine che possano diventare ballerini e ballerine? Per quale motivo continuate a motivare e far esibire tali sgraziate, disorganizzate incompetenze? Per quale motivo fargli credere di essere capaci a ballare? Chè poi si ritrovano a faticare in qualche talent show rispondendo alle critiche convinti di essere i nuovi Nureyev? per aiutare gli editori senza alcuno scrupolo culturale a vendere libri di ultima categoria sbandieranti titoli del tipo “se ci credi veramente” oppure “inseguendo un sogno”; qualcuno dovrebbe però spiegare a queste future galline pretenziose (appellativo di cui le discolpo pienamente, sia chiaro) che i sogni si raggiungono solo a costo di un assiduo, estenuante, devastante studio; di quello studio che ti fa sanguinare i talloni e ti indurisce lo sguardo e solo a questo prezzo, col dolore che ancora ti corrode gli occhi e i polsi puoi sapere davanti ad una porta chiusa che un’altra se ne aprirà e trovare la forza di andare avanti.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si!
Chi mi conosce o chi ha cominciato a leggere le mie “cose” sa che questa risposta da parte mia è quasi sempre ambivalente; in questo caso lo è.

La Catania che non ha la minima idea di quale forza e quale importanza ha la propria città, quella Catania che considera cultura uno spettacolo televisivo dove bellocci saltano come grilli o urlano come scimpanzé in amore o dove bambini in prepubertà cantano canzoni di amori profondi o sfatti e finiti senza, per forza anagrafica, poterne capirne il significato applauditi da genitori orgogliosi e telespettatori e commedianti ipocriti che sorridono più ai loro “gettoni di presenza” che ai bei faccini dall’ugola coraggiosa; questa Catania, dicevo, merita davvero di fermarsi in piazza università dove gli antichi ritratti dei rettori dell’ateneo dentro le centenarie aule di Palazzo Centrale sono costretti ad assistere attoniti a pargoli stonati mentre cercando di prendere note e accordi di cui sconoscono l’esistenza per sfogare l’ansia da prestazione di genitori in cerca di celebrità riflessa.

Così come la Catania appena descritta merita quanto detto, a scapito delle mie orecchie e dei miei occhi e del comune senso della decenza, esiste un’altra Catania che merita l’altra parte della notte bianca, l’altra parte di quella città che esiste e che giace fremente di essere ascoltata tra la polvere degli archivi e le pietre secolari cementate dal sudore degli artigiani e consumate dagli occhi degli studiosi. È stata una gioia per il cuore, nonostante il servizio di sicurezza non ne sapesse nulla, sapere che molti musei erano aperti, e lo sono rimasti fino a tarda notte ad accogliere a prezzo ridotto folle e folle di visitatori e curiosi fornendo gratuitamente dei volontari come guide e degli attori come performer tra i monumenti. Tra i tanti luoghi visitabili, dopo una lauta cena in un famoso locale di piazza Federico di Svevia, io e i miei amici abbiamo deciso di continuare ad omaggiare il nostro illuminato Federico visitando il Castello Ursino.
La visita al castello, tra il primo e il secondo piano e le torri  e la macchinetta del caffè all’interno di una di quest’ultime e la scala di cemento armato che conduce ad un’ala del castello, credo, non ancora aperta, è stata davvero rigenerante. Lo spessore di quei muri che hanno resistito incuranti alle devastazioni più catastrofiche, sbeffeggiando tutte le più moderne tecniche antisismiche, riusciva a tenere fuori dai pensieri di una folla di stanchi curiosi tutta la confusione di fuori.

Catania merita tutto ciò?
Sicuramente si, perché esiste una città che cerca e vuole ciò che è meglio, ciò che è solido, ciò che è veramente bello, non perché lo scrivo io in un blog ma perché è li sfidando i secoli e le critiche, perché è un simbolo, perché se ne frega dell’incompetenza della guida che spiega i primi tentativi di prospettiva nelle icone cinquecentesche con l’orror vaqui o facendo notare che il mando di una madonna è “monocolorico”; queste bellezze se ne fregano perché nonostante tutti gli strafalcioni che possono udire sul loro conto stanno li prepotenti e belle, arroganti ma consapevoli del loro indiscusso valore e della loro inestimabile bellezza. Quelle madonne, quegli angeli, quei san Cristoforo stanno li con la pretesa di essere opere d’arte perché lo sono davvero, così come i coralli del museo della Fondazione Puglisi Cosentino o le celle dell’Ex Monastero dei Benedettini.

A questo punto so che qualcuno sta pensando “meglio questa versione” oppure “ma che noia, meglio quell’altra, almeno uno si diverte” o , sono sicuro, i moderati, pacifisti, gli egualitari, i giusti, gli equi, i politici o gli aspiranti tali in prima fila staranno pensando “sicuramente è tutto molto bello, ma una città ha bisogno sia della cultura sia dello svago”.

A parte che qualcuno dovrebbe spiegarmi perché la cultura non può essere anche uno svago; a questo proposito chiederei a chi ha pensato quest’ultima cosa di andarlo a dire a quella schiera di animatori, attori e volontari rimasti svegli e attivi fino a tarda notte per cercare di divertire il pubblico. Sulla definizione di svago non mi soffermo perché ho già scritto abbastanza e credo che il mio punto di vista sia chiaro; credo che non sia necessario scendere così in basso per potersi divertire, né valicare le più eccelse vette dello scibile per poter fare cultura e questo, chi fa o ama la cultura lo sa benissimo e lo dimostra anche e soprattutto in queste occasioni.

Fra Maria Callas e Marco Mengoni c’è Mina.

mercoledì 15 maggio 2013

La Biblioteca nel museo immaginato di Philippe Daverio



Non c'è casa che conti senza i caminetti e l'impiano termico, necessari al riscaldamento dei corpi. Non c'è casa che conti senza una biblioteca, necessaria al riscaldamento dello spirito

Philippe Daverio


Ironico, divertente, “alla mano”; chi ama Philippe Daverio (come lo amo io) potrà trovare in questo volume il perfetto stile del noto critico eclettico. L’autore infatti mette su carta in maniera perfetta, quasi maniacale nella sua semplicità, ciò che la maggior parte di noi amanti dell’arte e dei buoni libri abbiamo sempre immaginato: una casa ideale scrigno di comodità, convivialità e tesori d’arte figurativa, scultorea e libraria.

Daverio si sofferma alle opere pittoriche, anzi ai quadri (perché pittura sono anche le strisce pedonali) ma nel descrivere la collocazione ideale dei “suoi” quadri dà al lettore una bellissima panoramica di quella che è questa casa-museo.
Philippe, mi viene di chiamarlo così visto lo stile del libro, ti accompagna dalla porta d’ingresso a visitare la casa come si usa fare tra gli amici che si sono appena trasferiti o ancora tra i vicini in luoghi remoti della Sicilia, usanza che inorgoglisce i possessori di belle case più per saziare se stessi che per dovere i ospitalità; continua a descriverti brevemente il mobilio e perché ha deciso di appendere quel San Giorgio nel pensatoio o quella veduta di Venezia nella sala d’ingresso il tutto accompagnato tra le pagine dalle immagini dei dipinti in questione (ovviamente) ma anche dai disegni che raffigurano, in schizzi a matita, le stanze in cui stiamo per entrare.

Il resto della scrittura è tipicamente Daveriana, piena di chicche e di strizzatine d’occhio, profonda tanto da farmi sentire un imbecille ma con la delicatezza e il garbo di chi è consapevole della superiorità della propria cultura, acquistata con gli anni e con le amicizie fatte nel corso della propria vita (come si intuisce chiaramente nella sua nota nelle prime pagine del libro), con quel garbo, dicevo, della consapevolezza e l’intelligenza di non fartela pesare. Forse è proprio questo modo di porsi col lettore che suscita rispetto, perché leggendo non riesci a provare l’antipatia che si prova verso i saccenti e neanche l’abnegazione davanti all’uomo di cultura ma la voglia di continuare a stare in sua compagnia magari davanti ad un piatto di fichi e un Nero d’Avola.

Per il resto buon appetito!

Alfredo Polizzano

martedì 14 maggio 2013

conversazioni a catena

Alla scuola elementare la maestra mi ha insegnato a suon di insulti che all'interno di una conversazione, di una frase e, più in generale, di una persona di un qualsiasi status, il linguaggio deve essere omogeneo, uniforme e coerente sempre con lo status della persona che lo pronuncia. In poche parole, se sei una persona colta devi sempre e comunque parlare come se stessi chiacchierando con l'ambasciatore del siam, se sei un carrettiere puoi permetterti di mescolare dialetto e italiano senza preoccuparti della coniugazione dei verbi (per maggiore coerenza magari alterna frazi a insulti).
Ho sempre creduto che se anche L'ambasciatore del Siam fosse un mio coinquilino, lui stesso si annoierebbe a morte parlando "coi quinci e squinci" mantenendo sempre un Tipo di conversazione alto e su argomenti sempre elevati.

Questo tipo di insegnamento però ha portato a tantissime generazioni di persone, compresa la mia, a soffrire di malattie linguistiche molto gravi e spesso ormai senza cura perchè divenute croniche come l'ipercorrettismo e la tendeza al linguaggio aulico o peggio (spesso nelle persone meno colte) a quello ministeriale e a scandalizzarsi davanti a conversazioni che partono dalle capre per arrivare ai cavoli o dal sacro per finire al profano.

Riporto quella che io chiamo "conversazione a catena"; ovvero quella conversazione che avviene a volte dopo pranzo o dopo cena, insomma spesso quando si cerca di impiegare il tempo con una buona compagnia, e ci si ferma a parlare prendendo spunto dalle cose più disparate, da qualche parola carpita dalla tv lasciata accesa nella camera accanto alla bontà della fragranza della crostata di ricotta appena sbriciolata avidamente tra i denti, arrivando a punti inimmaginabili che, se non fosse per il tempo che passa e la notte che si accorcia, potrebbero far continuare la conversazione per ore.

Caffè sigaretta e quarantaquattro chiacchiere di cui ne resta sempre il resto di due.

Questo tipo di conversazioni accadevano spesso quando condividevo casa col mio amico V. ed è per questo che tempo fa ho deciso di riportarne uno schema esplicativo.
Piccola nota sociologica: in questi casi è tipico che la conversazione parta da argomenti banali (come può essere la forma eccentrica di un guscio di nocciolina spaccato) e continui su argomenti più seri come la politica o la religione per poi concludersi in tre casi opposti:
  • il "litigio" per divergenza di opinione sui massimi sistemi che governano il mondo (dinamica ascendente);
  • la conversazione torna di nuovo ad argomenti banali se non di bassissimo profilo di interesse sociale per non dire sconci, da taverna, condizione data spesso dalla quantità di vino ingerito tra una battuta e l'altra (dinamica piana o discendente);
  • la conversazione ritorna magicamente all'argomento iniziale (dinamica circolare)
La condizione secondo cui una conversazione conviviale comincia seguendo certi termini e finisce in maniere inaspettate non è una cosa nuova agli occhi e alla mente di chi legge, e ne sono completamente consapevole, cinema e letteratura ne sono colmi, ma mi piacerebbe che chiunque scrivesse una catena alla quale ha partecipato, sono sicuro che ci si stupirebbe dei meandri tortuosi della mente umana a contatto con una o più menti altrettanto tortuose. Alla fine non è altro che il gioco dell'associazione di idee con la differenza che in questo caso non è solo un esercizio mentale ma un frammento di vita vissuta e incontrollato, irragionato, stupefacente e meraviglioso come una fontana.

Che collegamento c'è tra Francesco Bacone e Francesco Bacone?

Francesco Bacone/studi classici/tecnici/proust e stendhal/sindrome di stendhal/opere che ti fanno provare suddetta sindrome/il Cristo velato/cappella/chiesa/duomo/statua del duomo/Berlusconi/delirio di onnipotenza/capi di stato/nobel ad Obama/motivazione per il conferimento di premi internazionali/guinnes dei primati/Barbara d'Urso/chirurgia plastica/i poteri della scienza/Francesco Bacone.


Ecco un esempio di come il linguaggio cambia modo, stile, carattere, spessore e profondità all'interno di una stessa conversazione. Maestre ditelo ai vostri allievi che la lingua italiana è meravigliosa mente ricca e preziosa in ogni sua forma e che il linguaggio umano non può e non deve essere standardizzato ma acquisito esercitato e valutato in ogni sua forma e genere in modo da saperlo applicare correttamente all'occorrenza.


Per maggiori informazionichiarimenti e dubbi sull'argomento vi consiglio caldamente un libro che mi ha cambiato la vita e intanto aspetto altri esempi di "conversazioni a catena"


lunedì 13 maggio 2013

intervista firmata dalla giornalista Natya Migliori a proposito dell'uscita di Lettere da Atlantide

“Precursore di sensazioni dolcemente ostili”.
È il poeta che emerge da Atlantide, secondo Alfredo Polizzano, giovanissimo scrittore di San Cataldo, già distintosi nel panorama culturale siciliano per l'adattamento in dialetto catanese del dramma “Ferdinando” di Annibale Ruccello e alla sua prima raccolta di poesie pubblicata da Edizioni Libreria Croce.

Perché “Lettere da Atlantide”?
Atlantide è, nel mito, la società perfetta socialmente, politicamente, artisticamente.
Che però si è inabissata, è morta, quasi a voler dimostrare che una società perfetta in questo mondo non può esistere.
Una visione in fondo pessimistica, la mia, ma in cui fondamentale è il lavoro del poeta che si immerge fra le bellezze perdute, nei “porti sepolti”, per riportare alla luce frammenti di splendore e mostrarli, condividerli.
Atlantide, come qualsiasi cosa conclusa, è insomma splendida lì dove si trova. È impossibile ed è inutile riportarla in vita, ma si può tirar fuori qualcosa della sua antica e perduta perfezione.
Un po' come avviene con l'animo umano.
Ognuno di noi è infatti un mondo, un universo a sé che non può e non deve venir fuori del tutto, poiché rischierebbe di violentare l'interiorità di chi gli sta attorno. Tuttavia quel mondo deve mandare degli impulsi, degli stimoli, dei segnali.
Delle lettere, appunto.

Sembrerebbe un mondo di Monadi. Come si fa allora a comunicare e a “condividere” se si rimane chiusi nel proprio universo interiore?
Proprio la voglia di “mandare lettere” scongiura il pericolo di rimanere delle monadi chiuse e impenetrabili. È il motivo per cui, secondo me, il significato della poesia deve essere universale.
La chiave di lettura che fornisco di solito nei primi versi o addirittura già dal titolo del componimento, serve proprio a comunicare una mia esperienza, a renderla comprensibile e condivisibile da tutti.
Cerco, in altre parole, di tirar fuori dal mio vissuto il “concetto” universale.
L'amore, filo conduttore della mia raccolta, non è, insomma, “il mio” amore, ma è l'amore come ognuno di noi lo percepisce, lo conosce, lo sente.

Leggendo la raccolta, passando da una poesia all'altra, si ha quasi la sensazione di percepire il tuo stato d'animo. Dalla lacerante malinconia di “Amica”, al caldo afoso e asfittico di “San Cataldo”.
Si può parlare della tua poesia come “sfogo”, come esigenza di manifestarti a chi ti legge?

Quando ho iniziato a scrivere, nel 2002, 2003 circa, sentivo in effetti dentro di me un bisogno intrinseco di “trasmettere” quanto era nel mio animo a più gente possibile.
È chiaro che il “bisogno” iniziale si è poi tramutato in qualcos'altro, un po' per i miei studi, un po' per un'evoluzione interiore e, di conseguenza, anche stilistica.
Una trasformazione che, mi piace pensare, sia evidente a chi si approccia al mio lavoro, dal momento che si ritrova a spaziare da poesie che sono veri e propri monologhi, fino ad altre che, per la loro brevità, rasentano l'ermetismo.
Un esempio per tutti, “U suli p'o mari”, componimento in dialetto che, a distanza di tempo ho reinterpretato, tentando di racchiuderne i concetti in poche righe.
Non una semplice traduzione, dunque, ma un “condensato”, più asciutto e denso.
Quasi ermetico, appunto.

Quanto conta per te la tecnica e quanto l'istinto mentre scrivi?
La poesia è, per me, linguaggio scritto dell'inconscio che per esprimersi ha bisogno di istintualità.
È l'istintualità che mi porta a scrivere dei versi di getto, in pochi minuti, cercando di catturare un attimo.
Ma la poesia è anche tecnica, è continua ricerca di parole che esprimano e trasmettano ciò che è dentro di noi in modo immediato, senza dover ricorrere a spiegazioni razionali che “diluiscano” sensazioni e sentimenti. Una ricerca per cui riscontro sempre più nella lingua italiana, che amo moltissimo, una fonte di inesauribile ricchezza.
L'insieme di entrambi i momenti crea “bellezza”.
Bellezza che è eleganza, ricercatezza, musicalità, purezza e freschezza.
Come D'annunzio, il mio “modello”, senza voler apparire immodesto, ha espresso in modo sublime nella letteratura italiana.

Nonostante la tua giovane età, hai già al tuo attivo tre drammi teatrali (“Pentavani Affittasi”, “Edoardo Lanci”, “Due fratelli”), il saggio “Mafia: il crollo di un regime”, la traduzione in catanese del “Ferdinando” di Annibale Ruccello.
Quali sono le difficoltà per un giovane scrittore siciliano che si avvicina al mondo dell'editoria?

Credo che la difficoltà maggiore stia nel fatto che ci si senta, o forse si è, una goccia nell'oceano dei giovani scrittori emergenti in cerca di editore.
Il problema è riuscire a distinguersi, al di là dei canali tristemente consueti del nepotismo e della raccomandazione.
In quest'ottica, personalmente, ho cercato di frequentare chi aveva qualcosa da insegnarmi, degli stimoli da insinuarmi, delle strade da mostrarmi.
Ho cercato di conoscere e far parte dell'ambiente, per imparare e per cominciare ad assumere un “volto” fra gli editori e i poeti sicuramente più avanti di me.
Un percorso di anni che, alla fine, mi ha portato fino a Roma e mi ha fatto conoscere ed apprezzare da Fabio Croce.
Certo, mi piacerebbe un giorno essere apprezzato e pubblicato da una casa editrice siciliana.
Senza nulla togliere al mio editore, che stimo e a cui devo questo libro, sarebbe un riconoscimento importante dalla mia terra e dalla mia gente.


Natya Migliori
La copertina della mia raccolta di poesie e monologhi "lettere da atlantide"

sabato 11 maggio 2013

Favola di Polifemo e Galatea di Luis de Gòngora



 
Dettaglio affresco Galleria Palazzo Farnese, Roma



Credo si possa affermare che il tema principale di tutto il poema, la chiave di lettura del mito, sia da ricercarsi nelle strofe che vanno dalla quarantasei alla cinquantotto, strofe in cui è lo stesso Polifemo che parla e si presenta al lettore in una luce completamente diversa dall’usuale.
Gongora, come già ci evidenzia nel titolo, non vuole raccontarci una versione nuova del mito di Aci e Galatea, ma donarci una visione diversa, ovvero quella di Polifemo; un ciclope innamorato, un essere potente si, ma in preda alla sua più grande fragilità: l’Amore.
Nonostante tutti conosciamo il finale tragico del mito, nel poema ci viene presentato il lato più romantico e passionale che appartiene a qualsiasi essere umano e, come ci dimostra Polifemo stesso, anche a chi, dagli uomini, viene escluso e temuto.
Il canto di Polifemo quindi, non è un urlo barbarico, un tuono senza logica, ma il più puro, il più diretto e casto dei sentimenti affrontato forse con una veemenza infantile se vogliamo, ma pur sempre importante: il filo conduttore che unisce tutte le azioni della vita degli uomini e la nascita delle cose.
Al lettore viene presentato un risvolto diverso dall’usuale: non la storia romantica di Aci e Galatea ma la passione struggente di un amore non corrisposto.
Sia Aci che Galatea vengono descritti come due giovani bellissimi che dopo un piccolo gioco di seduzione e di inganni innocenti, non nascondono le bellezze del proprio corpo, anzi le “usano” come prerogativa principale alla conquista; Aci, fingendo di dormire lascia tutto il tempo a Galatea per ammirare tutto il suo corpo “gagliardo” e mascolino in ogni particolare; Galatea è lusingata e si dimostra vezzosa nel mostrare la sua pelle candida come l’avorio e la sua bellezza che rivaleggia col firmamento; eppure l’autore, con parole ammiccanti, ci fa capire che i due giovani vivono la freschezza della propria passione abbandonandosi nella lussuria, nascosti tra il fogliame e la vegetazione, in un ambiente incantato e incantevole.
Nel frattempo è Polifemo che soffre. Le sue parole rendono chiaro il concetto che non basta essere potenti, se l’amore non viene ricambiato; non bastano tutte le ricchezze del mondo poiché l’amore non si può comprare e non serve tutta la forza del mondo (lui che può con un dito scrivere il suo amore nel cielo) se non si può conquistare l’amore della persona desiderata. Con quanta eleganza, con quanta grazia queste parole ci vengono espresse!
Tutto il poema mostra una capacità stilistica fuori dal comune pur non lasciando l’opera in un mero esercizio di stile. Il lettore viene travolto dal fiume delle metafore, delle parole che evocano scenari di una Sicilia forse mai esistita ma meravigliosa, rigogliosa e prospera, probabilmente un chiaro riferimento all’eden biblico come ideale di bellezza e di perfezione: scenario perfetto per un mito tragico dal sapore romantico come la favola di Polifemo e Galatea. 

Opera di Gongora magistralmente tradotta e curata dal Prof. Rosario Trovato docente di lingua e letteratura spagnola all'università di Catania.


Alfredo Polizzano