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mercoledì 26 giugno 2013

Un ascensore a Piazza Vittorio e un maialino a Sal Salvario




Dopo una lunga, faticosa, intensa assenza trovo qualche minuto per ritornare a scrivere in Biblioteca.
Non che in questo periodo non sia (o mi sia) accaduto nulla, anzi: cercherò di recuperare pian piano confidando in più tempo libero a fine luglio.

Comincio col proporvi un ottimo giallo (anzi due) dell’autore italiano Amara Lakhous:  Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio e Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario

Lo scrittore Lakhous ha presentato il suo ultimo romanzo qualche settimana fa alla libreria Cavallotto di Catania anche se la conversazione, come prevedibile, si è sviluppata su tematiche sociali quali l’immigrazione, le differenze e le affinità culturali tra immigrati e italiani, le leggi italiane a riguardo e islam e cristianesimo a confronto. Tutte tematiche assolutamente interessanti e che sarebbe stato piacevolissimo approfondire e sviluppare e noto con estremo piacere che alle domande spesso polemiche di un uditorio, che per il solo motivo di partecipare alla presentazione di un autore immigrato naturalizzato italiano, appariva già schierato “pro-integrazione” l’autore rispondeva con estrema lucidità e arguzia, fuori dal tono polemico o provocatorio ma dando di tutto un’analisi approfondita e chiara.

“sono un italiano perché L’Italia è il Paese che ho scelto” questa l’identità che Lakhous da di se stesso e continua “appartengo alla lingua che ho scelto ed è per questo che sono italiano”

Parlando del personaggio principale dei suoi romanzi, il commissario Enzo Laganà, lo definisce come il suo “alter ego italiano”.

Proseguendo nella discussione Lakhous fa notare come gli italiani siano pieni di contraddizione che caratterizzano il loro stesso essere: “gli italiano hanno paura degli immigrati ma a loro affidano le chiavi di casa e i loro genitori. L’immaginazione spesso è più forte della realtà: c’è l’esigenza di curare l’immaginazione malata di molto italiani; negli anni venti migliaia di veneti (non di siciliani o calabresi) sono emigrati in Romania per fare i muratori: l’ironia della storia.”

Quando la conversazione cade sulla spinosa tematica dell’integrazione Lakhous esprime così il suo pensiero:
“anche se cambiano le parole, le facce, la questione meridionale non è mai stata risolta. Quella italiana è già di per se una realtà multiculturale, si pensi ai napoletani e ai milanesi, e spesso l’immigrazione malata è fatta da nodi irrisoti, di sofferenze non elaborate […]sarebbe meglio che gli italiani si integrassero tra loro prima di integrare gli altri. Integrarsi significa incorporare qualcosa in qualcos’altro; in Italia vedo tanta fragilità, come si fa ad integrare qualcosa dentro una cosa già fragile? Pensiamo alla situazione politica o sociale italiana”

Conclude amaramente ironico Lakhous evidenziando dove e perché l’immigrazione in Italia funziona perfettamente. In Italia la delinquenza è perfettamente organizzata e perfetta nei suoi meccanismi ed avendo bisogno “l’integrazione dei modelli di riferimento, in Italia la delinquenza anche in campo immigratorio, funziona benissimo ed è perfettamente integrata”.

A questo proposito mi viene da pensare, senza dilungarmi in discussioni escatologiche che risulterebbero pesanti in questo contesto, ad un esempio cioè i parcheggiarori che infestano le nostre piazze e le strade che stanno semplicemente sostituendo o affiancando chi ci stava prima che, non solo propriamente italiano, è quanto di più radicato nel nostro tessuto sociale.

Una domanda squisitamente letteraria a proposito dei romanzi proposti: perché ha deciso di essere uno scrittore di gialli?
I romanzi hanno una profonda importanza del panorama letterario italiano contemporaneo perché stilisticamente eleganti calati, linguisticamente, nel contesto socio culturale italiano di quartieri interculturali di Roma e Torino; lo stile di Lakhous ricorda molto da vicino la ricerca linguistica operata da Gadda in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana  (guarda caso un altro giallo) ma con una marcia in più perché all’interno di questi romanzi non c’è solo la varietà linguistica di strati diversi della società italiana ma anche di tutti quei “nuovi” italiani che popolano e fanno crescere il nostro paese, così integrati e “italiani” da non far dimenticare al lettore che si sta parlando di persone nate o con origini in paesi altri che l’Italia.

A differenza di Gadda però nei romanzi di Lakhous l’assassino c’è? Ovviamente non sta a me dirlo, in fondo stiamo sempre parlando di gialli!

Buona lettura.

lunedì 10 giugno 2013

Teatri Riflssi 2013 I parte



Si è conclusa ieri sera, o sarebbe meglio dire questa notte, la quinta edizione del festival dei corti teatrali “Teatri Riflessi”, manifestazione culturale che fa del proprio centro il teatro, ideata, organizzata e fortemente voluta e sostenuta dai volontari dell’associazione Iterculture.
La manifestazione si riconferma un importante incontro culturale catanese, incastonata nella prestigiosa sede dell’ex Monastero dei Benedettini, di cui forse la maggior parte dei cittadini rimane inconsapevole.
Encomiabile, anche quest’anno, il lavoro di tutti i soci attivatisi per portare avanti e sostenere un progetto fondamentale per il panorama culturale non solo siciliano ma nazionale.

Scriverò prossimamente nello specifico dei vari aspetti che anno caratterizzato questa edizione (i commenti dei vincitori, le impressioni a caldo e a freddo di chi lo ha visto e di chi lo ha vissuto ect …)

In generale si può affermare senza ombra di dubbio che quest’anno ha riservato agli spettatori e alla giuria non poche sorprese. Infatti, partendo dalla prima serata, sinceramente devastante per la qualità dilettantesca e insensata di alcuni corti, tanto da far affermale a qualcuno “il teatro è morto!” si è approdati ad una finale densa di qualità, emozioni e (cosa più importante) qualità altissima che ha garantito lo svolgimento di un grande spettacolo e ha tenuto gli spettatori incollati in platea fino alla fine.

Teatri Riflessi è una manifestazione importantissima soprattutto per il fatto, dal mio punto di vista, che di anno in anno fornisce un saggio dell’evoluzione del teatro in Italia, della percezione della società in cui viviamo e fa il punto su dove siamo arrivati e cosa ci riserva il futuro dell'arte, insomma una specie di fiera del teatro che presenta al pubblico i nuovi trand del palcoscenico. Infatti dallo sperimentalismo sfrenato, acrobatico e dall’unico scopo di spettacolarizzazione del testo a cui abbiamo assistito nella prima edizione, quest’anno i testi puntavano più sulla parola, sul significato, sul senso dell’essere e dell’esistenza del teatro stesso. Un evoluzione verso il concreto che qualcuno ascriverebbe ai tempi di crisi che stiamo vivendo, in cui tutto si fa più asciutto e diretto senza troppi trampoli e sperimentalismi estremi. Forse è così e, per me, è molto meglio.
Anche i temi si sono evoluti: dalla ricerca e l’esplorazione della follia umana e del trauma interiore, dall’alienazione del singolo fuso e disciolto nella società, dagli scenari post apocalittici e dallo scetticismo sulle nuove tecnologie  si è passati per il mondo dell’infanzia o del fanciullino interiore che si interroga sul proprio ruolo nella società attraverso la vita e la letteratura; fino a toccare i grandi e profondi temi di quest’anno: il disagio sociale che alimenta mafia o nella camorra (Patrizio – corto vincitore) , l’abuso sui minori (l’amore è un’altra cosa), l’omosessualità (io mai niente con nessuno avevo fatto; Giacominazza – vincitore premio drammaturgia testi originali) l’abuso di potere e la vendetta (a, ovvero quel che resta di Antigone; no pothu reposare) ect…

La serata di ieri è stata veramente una grande serata, una di quelle che ti fanno riprendere fiducia nel mondo e nell’arte. Confesso che tornando a casa dalla prima, dalla quale sono state escluse tutte (salvo il ripescaggio di due corti per la finale) le compagnie in gara, ero alquanto scoraggiato. Se questa è la direzione che sta prendendo il teatro in Italia preferisco cambiare mestiere; pochissima professionalità, ancora meno studio, testi insensati e vacui, una sensazione di vuoto e disperazione, quasi di lutto.
È vero che l’Italia è un paese gerontocratico in cui lo spazio ai giovani è limitato se non inesistente  - pensavo - ma se “i giovani” sono quello che abbiamo visto preferisco le vecchie cariatidi dello spettacolo che almeno sono garanzia.
Fortunatamente la seconda serata mi ha smentito! Professionalità, godibilità, divertimento e profondità: il palco ha dato vita a grandi personaggi interpretati in maniera ineccepibile e a storie che sono riuscite, più di una volta, a solleticare il cervello e colpire allo stomaco del pubblico e dei giudici per i quali è stato veramente difficile scegliere il vincitore.

Il teatro non è altro che il corpo visibile di un’anima che è la società da cui prende vita. La differenza sta nel fatto che se fino a qualche decennio fa il Teatro era un enorme specchio posto sul proscenio che non fa altro che riflettere uno ad uno chi sta in platea, denudandolo, scavando nella sua coscienza, nei suoi pensieri, sviscerandolo, oggi quello specchio riflettente si è allargato, non solo alla platea ma al mondo diventando per se stesso sede di virtuosismo e banalità, eccellenza e insulsaggine, spazio sconfinato della mente e fastidio.
tutto questo è soprattutto colpa nostra! La morale perbenistica e insicura ci ha insegnato a non buare più davanti ad uno spettacolo francamente orribile.
Quanto rimpiango quegli splendidi ortaggi marci gettati alle “capre” sul palco!
L’incapacità di critica, anche feroce e plateale, offre a questi deturpatori del tempo altrui, strazianti aguzzini dell’intelligenza umana e molestatori della pazienza, la patente per continuare a svolgere il loro tremendo mestiere, che sotto la falsa veste di Attore, Scrittore, Performer svolgono la loro vera vocazione di torturare fino allo spasimo le nostre buone e immacolate coscienze come nuovi strumenti del male atti a turbare i nostri sonni e togliere risorse e tempo a ciò che di bello, buono , santo e giusto può essere il teatro.

Il teatro non è morto, forse siamo noi scrittori, critici, operatori dello spettacolo, ma soprattutto siamo noi pubblico ad esserci intorpiditi e fare a teatro come nella vita ovvero sorbire passivamente quello ciò per cui abbiamo pagato.

Il teatro non è morto perché finché continueranno ad esistere manifestazioni e festival come Teatri Riflessi con la sua qualità e professionalità, finché in concorso ci saranno corti degni di essere visti e apprezzati, finché ci saranno persone capaci di applaudire col cuore e con le lacrime, come ho visto ieri sera, il teatro non è e non sarà morto perché avrà ancora la preziosità di un barlume di luce nel torpore e nella sozzura del mondo, la forza affaticata della speranza, la grinta dell’esserci e voler continuare ad esserci e questo è Vita, questo è Teatro!


Alfredo Polizzano