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domenica 21 luglio 2013

Teatri riflessi 2013 II parte



A distanza di più di un mese dalla manifestazione di quest’anno che ci ha fatto assistere ad almeno una decina di splendidi corti teatrali e conoscere altrettante compagnie intervenute da tutta Italia, incontro Alessandra Li Greci, che si occupa delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa di Iterculture proprio per chiacchierare (da socio a socio) di Teatri Riflessi.


Anche se rimangono ancora moltissimi traguardi da superare credo che l’obbiettivo di quest’anno è stato raggiunto, nonostante le numerose difficoltà dal punto di vista artistico che è il risultato della crisi che stiamo vivendo – dice Alessandra– che non è più solo crisi economica ma è una profonda crisi culturale.
Il tema di quest’anno era una provocazione perché è solo dal momento in cui hai metabolizzato e fatta tua una regola puoi permetterti la licenza di infrangerla o cambiarla. Troppo spesso in questi anni assistiamo a licenze senza regole.

Visto che la discussione si è diretta verso le regole e le loro licenze ho voluto chiederle che opinione si fosse fatta riguardo alla professionalità delle maestranze del teatro soprattutto nelle nuove generazioni.
Ce ne accorgiamo dalla scheda tecnica – risponde – quando una sola persona scrive interpreta e dirige un testo manca di confronto. Come sappiamo un buon lavoro nasce dal confronto tra lo scrittore il regista e l’attore. Esistono anche lavori davvero belli e ben fatti ma che spesso hanno una lunga gestazione, ovvero che lasciano il tempo all’autore di far sedimentare le idee e rivederle con occhi nuovi. Uno scrittore lavora in un primo livello di scrittura così come il regista lavora ad un secondo e l’attore ad un terzo: queste persone devono interagire tra loro affinché il testo cresca e si completi è davvero difficile che chi scrive e dirige faccia venir fuori un punto di vista diverso da se stesso. Per carità, ci sono persone come Nino Romeo che rappresenta l’eccezione, ma l’eccezione essendo tale è rara.

E la (retro)tendenza di questi ultimi anni è proprio di tornare alle figure diversificate del teatro la cui professionalità è palese durante le prove.

Da qui a dieci anni di tutti gli artisti che sono passati da Teatri Riflessi quanti riconosceremo nella loro carriera teatrale, in somma quanti (a parte quelli che sono già dei professionisti) faranno strada?
Credo che ogni stagione ci siano stati parecchi nomi  che vanno tenuti d’occhio

Ho notato che, a differenza del primo anno in cui molti spettacoli avevano un’impronta sperimentale molto più marcata (bene o malriuscita che fosse – ma c’era) quest’anno, oltre al fatto che mancava il teatro-danza, sembrava che i corti volessero buttarsi più sul sicuro, sul tradizionale. C’è un’inversione di marcia sullo “stupire a tutti i costi” tipico di qualche anno fa?
Scrivere è un mestiere, come il saldatore, come il panettiere, e proprio come tutti i mestieri ha bisogno di studio, pratica e di duro lavoro. Geni incompresi non ne restano a questo mondo, è solo questione di tempo e verranno fuori. Ma siccome i geni sono pochi, tutto quello che c’è sotto sono perone che lo fanno per mestiere; poi ci sono quelli che il Mestiere lo sanno davvero fare, dando a questa parola una connotazione assolutamente positiva: non ci sono più abbastanza persone che abbiano il Mestiere del teatro, la volontà di studiare, e mancando questo perdi anche la sperimentazione perché chi può sperimentare? Chi conosce; se non conosci non è più sperimentazione ma è caso…


Teatri Riflessi nasce anche come laboratorio, come esperienza, la volontà di dare al pubblico tanti spettacoli diversi, quanto seguito ha la manifestazione?
Teatri Riflessi è anche fucina, è socializzazione, è mescolanza tra compagnie, tra testi, serve a pungolare e stimolare gli artisti che si parlano, si confrontano e crescono e spesso lavorano insieme. Vediamo dopo anni che nascono delle collaborazioni artistiche molto interessanti. Oltretutto Teatri Riflessi non finisce dopo i tre giorni dello spettacolo, è una macchina che non si ferma mai che cresce di anno in anno.
Soprattutto dall’anno scorso vogliamo che Teatri Riflessi non sia un evento che si concentra tutto nel mese di giugno/luglio e poi va in sordina per rinascere ad aprile, per questo, tra le altre cose è nato Obiettivo Reportage; per continuare a dare una coda alla manifestazione, così come quest’anno è nato il progetto per la collettiva artistica StArt.
Il workshop di fotografia di scena e backstage ha un suo grande momento di visibilità al Med Photo Fest che sarà a settembre con la collettiva Teatri Riflessi. Il miglior Portfolio Tetri Riflessi avrà una mostra in galleria. Come puoi vedere è un festival che continua e che ruota intorno al teatro.

Come qualsiasi cosa che nasce è destinato a crescere nel corso degli anni, quanto è cresciuto Teatri Riflessi in cinque anni?
Tantissimo, ma non è ancora arrivato. Sia per il fatto che negli anni siamo cresciuti noi, anche anagraficamente ma anche come esperienza. È faticoso e a volte svilente per via delle difficoltà che certa burocrazia crea ma questo ti aiuta ad affrontare le varie situazioni sempre meglio.

Vi hanno mai fatto pesare la vostra età?
Sinceramente nelle prime due edizioni si. Il punto di svolta è stato quello alle Ciminiere.
La prima edizione, al Monastero, era una novità per la città. Nella seconda edizione al Cortile Platamone è venuto fortemente fuori il fatto che il nostro non è un Business e non ragioniamo in termini di botteghino; il fatto che sia tutto gratuito permette a chiunque viene di godere dello spettacolo e contribuire se lo desidera in maniera assolutamente libera attraverso la lotteria o acquistando dal bar che mentalmente è un approccio completamente diverso dal pagare un biglietto. Chi viene non paga il biglietto per lo spettacolo ma sostiene l’evento. È giusto, ovviamente che ci siano gli spettacoli a sbigliettamento, altrimenti i teatri chiuderebbero, ma il nostro è un contest diverso, è un festival che nel sogno dovrebbe diventare il Festival dell’Arte in Breve cioè una manifestazione che abbraccia tutti i campi dell’arte.

Vorremmo per questo dare a tutti gli artisti più respiro in modo da garantire al pubblico maggiore qualità.

Le amministrazioni comunali sono arrivati a capire che Teatri Riflessi è una manifestazione nazionale importantissima è ormai profondamente catanese?
Lo spero anche perché l’introito culturale ed economico che porta alla città non è indifferente.

Mi racconti un aneddoto sulla manifestazione?
Ce ne sarebbero una quantità infinita. Tutti gli anni arriviamo a maggio, soprattutto con Dario (d’Agata) ad un livello di follia per cui giuriamo che sia l’ultimo e di perderci di vista per sempre, quest’anno in particolare c’è stato il caso delle sedie fantasma. Fino all’ultimo momento il comune di Catania doveva fornirci le sedie. Al comune vige il principio che ogni richiesta consegnata al protocollo viene regolarmente persa per cui ormai è risaputo che bisogna fare quei due tre viaggi affinché la richiesta salga all’ufficio preposto. Noi fino al giorno prima del festiva, nessuno poteva essere sicuro se le sedie ci fossero oppure no. Ecco, lo dico ridendo ma è la verità: le sedie ogni anno mi tolgono dieci anni di vita.
Come per esempio poche ore prima dell’edizione alle Ciminiere pensò bene di piovere cenere per cui si è reso necessario ripulire tutto l’anfiteatro delle Ciminiere.
A Teatri Riflessi nascono davvero delle belle sinergie ed è la magia di assistere allo spettacolo, mentre la gente arriva e si spengono le luci e la musica comincia, che ti frega, perché in quel momento dimentichi tutto il resto.



Ringrazio di cuore Alessandra Li Greci per il magnifico, caldo, pomeriggio passato a fare questa chiacchierata e che, nonostante tutti gli impegni che la legano, riesce sempre ad essere estremamente gentile e disponibile e davvero una cara amica.

Se la Gioconda fosse in 3D e Vivaldi in DS



Buon giorno cari, spero che la Biblioteca continui ad essere un luogo confortevole ed accogliente ma che soprattutto sia pieno di stimoli.
Molti musicisti, studiosi o direttori prendendo il posto dei filologi, utilizzano strumenti e tecniche d'epoca o riproduzioni in modo da rendere il suono più simile possibile a quello che aveva al momento in cui è stato composto; ma questo non sarebbe come ricostruire il tempio di apollo a Siracusa utilizzando l'acciaio?
Qualche tempo fa uscirono per una nota casa discografica le versioni “originali” di alcune opere compositive di notissimi musicisti del passato. In particolare faccio riferimento, per esempio, alle sinfonie di Beethoven con i metronomi originali. Il risultato è degno del Maesctro. Perché? Perché fastidiosamente e incredibilmente veloce, sembrava che il metronomo avesse perso il suo contrappeso. Un plauso al lavoro filologico di farci ascoltare le sinfonie con le stesse orecchie di chi le ha ascoltate la prima volta ma la sensazione di fastidio mi è rimasta appiccicata come una caramella alla suola delle scarpe.
Però, ora che ci penso, forse il pessimo risultato è dato dal fatto che l’operazione filologica è stata lasciata a metà. Ovvero è stato rispettato il metronomo, ma gli strumenti? Beethoven non ha di certo composto per l’acustica di una sala di registrazione ect ect…
Aspettando che qualcuno registri una edizione al 100% filologica (sempre che sia veramente necessario) intanto continuo con le mie riflessioni a tempo perso.
Gli strumenti musicali e le tonalità con cui viene oggi suonata la musica di cento o duecento anni fa ovviamente non sono gli/le stessi/e per cui quella musica è stata composta: i legni sono diversi, le tonalità musicali sono cambiate, i materiali degli strumenti e dei luoghi in cui ascoltare la musica sono cambiati i luoghi stessi sono diversi.
In realtà la grandezza dei compositori è stata data dalla loro fortuna poiché ciò che hanno composto risulta accettabile solo dalla sensibilità e dal cattivo gusto degli “uditori” del loro tempo visto che ciò che hanno fatto risulta una tortura auricolare? Oppure dovremmo accettarla così come è stata composta e concepita e apprezzarla per altro, senza giudicare bellezza e bruttezza ma solo il loro valore storico. Un po’ come si fa con le sculture neolitiche o l’architettura romanica?
Fino a che punto possiamo considerare un autore un grande autore se, nel corso dei secoli, adeguiamo l’esecuzione della sua musica al nostro gusto che cambia? Si può modificare un’opera pittorica quattrocentesca per adeguarla meglio al gusto del XI seco? Si può sostituire la Domus Aurea per renderla più eco-compatibile? Si possono ravvivare i colori di un Morandi per adeguare la sua pittura al gusto di uno spettatore televisivo? E le La Gioconda diventasse 3D?
Al contrario, fino a che punto è giusto essere filologici se il risultato è decisamente sgradevole?
In fondo forse, ma è solo una possibilità, bisogna perseguire il vero scopo della musica, ovvero quello di essere ascoltata e goduta; e quindi che ben vengano i violini con corde di crine e la Primavera di Botticelli ad Alta Definizione.
Aspettando che prima o poi riesca a trovare una soluzione a questo, mi ritiro.

domenica 7 luglio 2013

Parlando Siculish



Questa non è per appassionati di musica popolare siciliana: chi si aspetta flauti cembali e strozzati cantanti neomelodici può benissimo passare avanti; quella di Konon non è musica per turisti, ma musica per siciliani, per italiani come siciliane e italiane sono le parole e le note che la compongono.
D’altra parte non si tratta neanche di un arido scimmiottamento della musica pop italiana, più o meno sapientemente tradotta in siciliano, ma di testi di cui si sente la profonda origine sabbiosa e umida della nostra terra.

Qualche settimana fa sono stato invitato da Konon stesso ad ascoltare lui e il suo gruppo all’interno di una manifestazione organizzata dall’associazione catanese Thamaia, una Onlus che lavora contro la violenza in special modo contro le donne e gli immigrati; già da tempo ero curioso di ascoltare che tipo di musica facessero. Conosco Konon da anni come amico, come filologo come artista ma mi incuriosiva l’idea e il risultato di questo suo ultimo lavoro che non esito a chiamare “studio” cioè Variazioni in siculish. Ne sono rimasto piacevolmente affascinato.

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In poche parole Variazioni in siculish, che nasce da una costola di Vossia (il suo lavoro precedente) “non è altro che la continuazione delle ricerche sul dialetto, un approfondimento sulle varianti meno studiate del siciliano e le differenze linguistiche tra le varie zone” dichiara Konon stesso e continua chiarendo che il siculish è una delle varianti meno conosciute del siciliano e, viste le proprie caratteristiche, impossibile da codificare: è una lingua nata ai primi del novecento quanto i migranti giunti nei paesi anglofoni crearono un linguaggio che mescolasse il siciliano da cui provenivano e la lingua del luogo; un linguaggio fatto di storpiature in cui l’italiano non era neanche contemplato in quanto lingua originariamente sconosciuta ai migranti stessi.

Chiarire in cosa consiste questo progetto sociolinguistico-musicale è di fondamentale importanza per capire la sua musica e i temi trattati dalle sue canzoni. Si parla di migranti, quindi, di terra, di appartenenza e non appartenenza, di sofferenza e disilluso senso di riscatto.

Come dicevo all’inizio non è la musichetta folcloristica fatta da pifferi e mandolini ma una musica estremamente contemporanea che si rifà, senza copiarla, alla più squisita tradizione sonora fatta di echi di antichissime corde di un’anima fortemente siciliana. Forse risente molto del siciliano dell’entroterra questa secchezza dei toni determinata da proverbi e assunti che hanno tutta l’aria di sentenze senza appello, che impongono il dovuto rispetto senza repliche, un po’ come quel rispetto insegnato a tutti noi bambini alle parole (spesso incomprensibili e storpiate) del vecchio patriarca zio.

Ogni parola è sentenza, ogni esperienza è tesoro conquistato col sangue. Ogni giorno, per un siciliano, è la consapevolezza che quel tesoro conquistato grammo dopo grammo con estrema fatica procurerà un godimento pari alla fatica avuta per averlo, il che porterà l’ago della bilancia “a paro”; e non può essere altrimenti perché tutto in Sicilia è equilibrio.

Questo equilibrio nella musica di Konon è chiaro; una musica in cui ogni nota alta è pareggiata da toni più bassi, in cui ogni speranza è bilanciata dall’esperienza in cui ogni voce è allo stesso tempo solista di un sentimento corale e coro di un intimismo profondo e opaco.

Ovviamente potrei continuare a scrivere per tutta la giornata analizzando canzone per canzone, sproloquiando su stile testi e sonorità, scelte strumentali e vocali ma sono fermamente convinto che la Musica va ascoltata e che ogni commento spesso è superfluo non perché non necessario ma perché a cuore e anima non appartiene lo stesso linguaggio artificiale che è proprio della mente; quindi vi consiglio di cercare i posti dove suonano Konon e il suo gruppo perché ne vale assolutamente la pena.