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venerdì 16 dicembre 2016

Misantropo di Molière



Quando ci si trova davanti ad un capolavoro classico della letteratura teatrale non si può far altro che trovarsi davanti ad un bivio: metterlo in scena così come è stato scritto, cercando di capire la visione di chi lo ha concepito, o reinterpretarne la visione, rielaborarlo con gli occhi propri della contemporaneità magari cercando di mettere in risalto caratteristiche non immediate ma profondamente radicate nella visione artistica del regista? Ebbene Nicola Alberto Orofino è stato capace nella riduzione ed adattamento del Misantropo di Molière di dare nuova vita a personaggi, sebbene già perfettamente contemporanei e moderni del testo originale, esasperarne i caratteri, le azioni, portarli in una atmosfera “teatrale” lontana dall’eleganza sottile tipica della civiltà della conversazione dei teatri e dei salotti seicenteschi. Ma se l’ipocrisia è il tema motore della celebre commedia di Molière questa può essere tranquillamente trasposta all’interno di un camerino teatrale in cui il protagonista si presenta al pubblico come un giovane dandy annoiato dalla vita che agisce più per distinguersi dagli altri che per principio di schiettezza. E’, quella in scena dal 15 al 18 dicembre allo Scenario Pubblico, una vera e propria rilettura dei personaggi moleriani che posseggono già in sé le caratteristiche che il regista ha ritenuto necessario tirar fuori prepotentemente da ognuno ed ognuna di essi. Costante il dialogo con il pubblico in sala estendendosi perfino a prima dello spettacolo, così come con la cabina di regia per cui il comportamento insopportabile di Alceste rende impossibile l’andamento sereno di una sedicente farsa grottesca attraverso la quale i personaggi vorrebbero, letteralmente, mettere in scena se stessi.

Molto buona la prova del protagonista interpretato da Silvio Laviano, che è riuscito benissimo ad incarnare non più l’idealista legato al principio di sincerità da cui di per sé stesso non può essere che incoerente, piuttosto una figura quasi felliniana, come un borghese sprezzante ed annoiato, come fosse ormai il personaggio decadente di quella Roma grottesca e sfarzosa, ipocrita e idealista descritta da Sorrentino. Caratteristica che lo accomunerà a tutti gli altri personaggi i toni forti, esasperati, dalla dialettica forse troppo veloce ma chiaramente comprensibile nelle intenzioni.
Enrico Sortino, capace di interpretare ben due personaggi ha trovato la chiave giusta per rimanere impresso nella memoria degli spettatori riuscendo ad impersonare un Oronte fortemente caratterizzato con inflessioni orientate ad un certo immaginario specifico facilmente identificabile senza mai per questo risultare sgradevole ma proprio del personaggio cortigiano/parlamentare di "una certa influenza". Drammatica e iconografica e forse il personaggio più incisivo la sua Arsinoè che prende le posture del teatro di posa e della più novecentesca tradizione commediografa italiana.
La Celimene, interpretata dalla sempre attenta e scrupolosa Egle Doria, ormai una certezza ben riposta di versatilità, abbandona letteralmente i panni della giovane frivola e vezzosa per indossare la sottoveste scarlatta della donna che sa come sfruttare le passioni più animalesche che è capace di scatenare negli uomini in cambio di favori, compreso quello di un sostanzioso contributo economico alla cultura (riferimento non troppo velato alla “prostituzione” della cultura?).
Paolo Toti Guagenti, Roberta Amato e Diego Rifici emergono più che agevolmente nei loro ruoli, condensando i personaggi che ruotano attorno ad Alceste, dividendoli e accorpandoli in un tempo. La timida e discreta Eliante diventa quasi sfacciata, dalla fisicità prorompente e in questo la Amato riesce perfettamente a mitigare forza e grazia senza mai sforare nel volgare. Di impatto e mai di contorno riescono a riempire la scena mai banalmente ma dando sempre ottima prova di impegno pure nelle più brevi battute o i più, apparentemente, inconsapevoli movimenti.
Nel complesso una buona messa in scena in cui gli attori tutti hanno saputo dar più che soddisfacente prova del proprio talento che diventa ottima se vi si assiste preparati magari avendo letto il testo prima di recarsi a teatro per poterne così maglio apprezzare un punto di vista decisamente originale.

venerdì 25 novembre 2016

Gaie Conversazioni



Si è svolta il 24 Novembre la prima di un nuovo ciclo delle Gaie Conversazioni, incontri tematici promossi da Arcigay Catania in i partecipanti hanno la possibilità di approfondire gli argomenti proposti, dire la propria, scambiare opinioni e, grazie al confronto essere più consapevoli, in due parole: “fare cultura”.


L’incontro di ieri, ospitato dalla Libreria Fenice ha affrontato il tema della legge 76 (ex Cirinnà) che regolamenta le unioni civili grazie al prezioso contributo delle avvocate dello studio legale Fiorenza e all’apporto alla discussione di Giovanni Caloggero, membro del direttivo di Arcigay Catania. La discussione si è dimostrata quantomeno stimolante, accesa e ricca di interventi contrastanti e chiarificatori.
Come era inevitabile che fosse, parlare di una legge così importante per la legislazione italiana ha portato il gruppo dei partecipanti alle Gaie Conversazioni a riflettere, ognuno secondo proprio punto di vista, su tematiche come FAMIGLIA e cosa si intente o cosa può intendersi oggi parlando del concetto di famiglia, di DIRITTO NATURALE, particolarmente interessante è stata la discussione sul LINGUAGGIO GIURIDICO vs CIVILE fino ad arrivare addirittura ad accennare a concetti come CRISI DI FAMIGLIA e FEDELTA’.
Inevitabile tenere in considerazione il bagaglio culturale del quale ognuno ed ognuna fa parte, indispensabile ad affrontare nel migliore dei modi e soprattutto nella maniera più formativa possibile per tutti, e così è stato in una conversazione in cui tutti hanno potuto dare il proprio contributo esperienziale, culturale, intellettuale e storico concludendo con una maggiore consapevolezza di tutti come cittadini e persone che hanno potuto conoscere meglio una legge volta a tutelare i diritti e garantire i doveri di più persone perché, come affermato durante la conversazione, LA LEGGE DEVE GARANTIRE LA POSSIBILITA’ DI SCELTA NON NEGARE IL DIRITTO.

L’argomento del prossimo incontro delle GAIE CONVERSAZIONI riguarderà la TEORIA QUEAR

sabato 22 ottobre 2016

Virginedda Addurata al teatro del Canovaccio



Ormai la stagione di Palco Off a Catania è diventato un appuntamento irrinunciabile per chi ama il buon teatro e quest’anno comincia con una anteprima mettendo in scena, dal 20 al 23 ottobre, Virginedda Addurata al teatro del Canovaccio, sede di tutti gli appuntamenti tranne uno (Misantropo che sarà messo in scena a Scenario Pubblico). Una stagione davvero ricca di grandi lavori, di grandi interpreti ma soprattutto di grandi storie perché è bello riscoprire il piacere di andare a teatro per il Teatro.

Virginedda Addurata non passa certo inosservato per i grandi nomi che lo compongono a cominciare dall’autrice Giuseppina Torregrossa che ha voluto e saputo trascrivere la storia di cinque donne (santa compresa) all’interno di una unica, profonda emozione. Come è tipico dello stile della Torregrossa, anche Virginedda Addurata è l’esempio di una scrittura siciliana forse poco realistica, piena di italianismi e forme verbali non autoctone ma che, forse proprio per questo, rendono il testo più contemporaneo e allo stesso tempo più universale. Magistrale in questo senso, ma non ci si poteva aspettare di meno, l’interpretazione di Francesca Vitale con la sua santa Rosalia dalla cadenza fortemente agrigentina, resa umana, viva proprio come l’intenzione drammaturgica intende capace di guardare il pubblico direttamente negli occhi accomunandolo così alla massa indolente e capricciosa di fedeli invadenti. 
Di notevole forza espressiva la camaleontica Egle Doria, capace di vestire i panni di ben quattro donne, tre generazioni, alle prese con un unico grande dramma: un uomo violento e brutale, vero protagonista in absentia dell’intero dramma, davanti al quale perfino santa Rosalia si dimostra inerme. Anche nel suo caso, l’inflessione linguistica tipicamente catanese fa i conti col testo rendendo l’interazione tra le donne e la santuzza palermitana un abbraccio drammatico che stringe in una morsa tutta l’isola.
Una regia curata nei dettagli, quella di Nicola Alberto Orofino, che è riuscita a rendere la messa in scena, attraverso movimenti scenici ed un sapiente uso delle luci, quasi cinematografica, come se la quarta parete, ora aperta, ora serrata, fosse uno schermo capace di primi piani e panoramiche, sfruttando al meglio una peculiarità tipicamente teatrale, ovvero quella di entrare anche dentro i pensieri e i ricordi di ogni personaggio. Forse un po’ troppo zelante nel volere, in alcuni punti, drammatizzare o sdrammatizzare troppo quello che drammatico o sdrammatizzante è già presente nella drammaturgia.
Anche l’uso della musica sembra mandare un messaggio subliminale agli spettatori, altalenanti tra il riso e l’orrore, tra il comico e il brutale, il messaggio, dicevo, che ci si trova davanti a drammi probabilmente non troppo lontani dalla vita quotidiana di molte donne, drammi tra i quali ognuno ed ognuna di noi vive, storie di donne, di uomini e di bambini della cui gravita ci rendiamo conto solo quando ormai è troppo tardi.
Alfredo Polizzano

venerdì 7 ottobre 2016

INNAMORATI tragicommedia della purificazione



C’è tutta la catanesità di Martoglio e l’innovazione prorompente e audace della Kane in INNAMORATI, tragicommedia della purificazione;
Uno spettacolo in cui i personaggi modellano un tessuto sociale di quartiere dal quale essi stessi vengono modellati assumendo le forme di un gruppo di marionette mosse dai fili di un burattinaio che forse a sua volta altro non è che un burattino esso stesso per mano di un potere ancora più oscuro ed inquietante. Tutto si sviluppa dalla consapevolezza di una trama già scritta, indotti ad affrontare una via crucis contro la quale provano con tutti i loro mezzi di ribellarsi e facendolo non fanno altro che rispettare gli episodi della passione di un Cristo contemporaneo che non è più la sofferenza di un unico salvatore ma di una intera società incapace di intuire la missione salvifica di ciò che sta vivendo. La drammaturgia schietta e feroce trasuda della migliore tradizione teatrale italiana, dalla Nuova Drammaturgia Napoletana, in cui sembra quasi che De Simone abbia per un attimo abbandonato l’idioma partenopeo per calarsi nella sagacia tagliente etnea dando l’avvio ad una commedia che cattura lo spettatore dal dramma pirandelliano fino alla profondità di Ruccello in cui ogni personaggio viene sviscerato, accusato, compreso ma mai compatito. Diventa evidente così, fin dal secondo episodio, che ci si trova davanti ad un’opera in cui è inutile trovare la logica se ci si vuole far colpire e trasportare dal senso profondo di una intera vita. L’amore è il filo conduttore di tutto, tra passato e futuro: l’eterno presente; quell’amore malato, sbagliato, aborrito, negato, voluto, combattuto, comprato, rifiutato, rinnegato è sempre presente in ogni parola, in ogni gesto, come una presenza a tratti discreta a tratti spudorata ma sempre presente.


Apprezzabile e coinvolgente l’interpretazione degli e delle interpreti che hanno saputo, con maestria e preparazione, rendere i personaggi persone vive, capaci di saper dialogare con un pubblico divertito e attonito, stupito e spaventato, senza mai però interagire con lui, almeno apparentemente, poiché, più o meno inconsapevolmente gli spettatori stessi sono diventati personaggi di questa grande tragedia il cui ruolo è quello di spettatore, divertito e inorridito per ciò che accade tra i quartieri di Bogotà Jonica. Magistrale l’interpretazione dell’intero cast composto da Roberta Amato, Gianmarco Arcadipane, Alessandra Barbagallo, Egle Doria, Paolo Toti Guagenti, Silvio Laviano, Giada Morreale, Vincenzo Ricca e Diego Rifici che, a seconda dei talenti drammatici di ognuno ha saputo rendere efficacemente sulla propria carne quella Passione come Moto dell’anima incarnato, necessaria ai personaggi.
Una parola va spesa anche per l’allestimento, semplice e propedeutico alla dramamturgia, come teatro contemporaneo impone, ma mai insensato, anzi preciso e incisivo in cui l’atmosfera culturale forte e basica del Teatro Coppola ha giocato un ruolo fondamentale senza però caratterizzare troppo il dramma in se, che ha tutte le caratteristiche della grande letteratura teatrale, capace di far entrare lo spettatore nella vita dei personaggi indipendentemente dal teatro che li accoglie.
Uno spettacolo assolutamente consigliato che non lascia lo spettatore deluso dalle migliori aspettative; una di quelle opere che necessitano di qualche ora per essere interiorizzate, tante sono le energie forti che riesce a sviluppare. Nonostante tutto lasci intuire che ogni sforzo di ribellione per questi "burattini" è inutile, perché c’è sempre qualcuno più forte anche di chi sembra comandare, è impossibile far ritorno a casa propria indifferente alla forza interiore della speranza accesa dall’amore con cui INNAMORATI ti ha investito.
Alfredo Polizzano

sabato 23 aprile 2016

Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore


Oggi ricorre l'anniversario di due grandi padri della formazione culturale mondiale: Guglielmo Shakespeare e Michele di Cervantes, in loro onore è stata indetta la gioranta mondiale del libro. Alla Libreria Fenice siamo entusasti di festeggiarli a modo nostro: con le loro opere.
Auguri, buone letture e buon fine settimana a tutti!

martedì 29 marzo 2016

Buon lunertedì

Buon giorno  a tutti e tutte,
oggi è Lunedì, ah no è martedì però sembra lunedì per via del Lunedì appena passato che è quello della pasquetta. Una domenica riproposta il giorno dopo, il giorno della generale della prova costume, il giorno delle prove tecniche di primavera, il lunedì delle sperimentazione estiva, il primo giorno in cui ci si rende conto di aver voglia d'estate. Ieri ho visto ragazzi fare il primo bagno in quell'acqua cristallina e fresca delle nostre meravigliose coste, ragazze spalmate al sole su spiagge così piacevoli che sembrava di essere già in vacanza.
Ebbene è con la primavera tutt'attorno e dentro noi che ci auguriamo una buona settimana piena di sole, turisti, curiosità e tante cose belle

martedì 22 marzo 2016

La necessità delle trivelle nel nostro sistema economico



Ieri ho visto un bellissimo documentario sullo sfruttamento del suolo ed in particolare sulle devastazioni operate all’ambiente, sia terrestre che marino, dato da ciò che comportano queste trivellazioni.
Non molti sanno, o meglio non riflettono sul fatto che una l’estrazione di materiale dal sottosuolo non si opera con un buco per terra ma con la costruzione di impianti giganteschi che sistruggono la superfice (boschi, foreste, praterie, fondali marini) e di conseguenza hanno effetti non solo sugli esseri viventi che vi abitano, siano essi animali o umani, ma anche sul clima e sul modo di vivere in quella zona e nelle zone circostanti. Appiattire una collina per costruirci sopra un impianto ha delle conseguenze gravissime sui venti per esempio o sullo smaltimento delle acque piovane che per secoli hanno forgiato quella collina. Lo stesso avviene per i fondali: una trivella non è una cannuccia che si affonda nel bicchiere del mediterraneo risucchiandone il contenuto ma distrugge il fondale, la vegetazione che lo popola e la forma stessa del fondale, per fare un esempio banale lo stesso discorso che vale per le colline e per i venti funziona anche per i fondali e le onde, le correnti eccetera.
Ovviamente alle conseguenze e a come ovviare ai problemi che queste potrebbero causare ci hanno pensato illustri ingegneri pagati a duopo per cui possiamo stare tranquilli.  
In fondo dovremmo avere grande fiducia nella capacità che ha l’uomo di controllare e sottomettere la natura e noi che viviamo in un territorio a perenne rischio geologico lo sappiamo bene.
I punti del documentario che mi hanno fatto riflettere sono tre talmente ovvi che mi stupisco anche a scriverne ma pare necessario.
Il primo è il principio di benessere economico che dovrebbe essere basato su una logica di richiesta/offerta quindi si capisce da subito che una logica di ricchezza basata sullo sfruttamento di una risorsa, scarsa per altro è già fallimentare a priori. Cerco di spiegarmi meglio. Da che l’uomo esiste il commercio, il benessere e la ricchezza si è sempre basata sulla vendita di ciò che si produce; sulla produzione di beni, quindi, che produce posti di lavoro, produce vendita e quindi ricchezza, esportazione/importazione e scambio. Basterebbe solo questo a far capire che scavare per trovare qualcosa che, mi si perdoni l’ironia, andrà in fumo non è il modo migliore per migliorare un sistema economico in crisi.
In secondo luogo non sarebbe meglio valorizzare quelle risorse che la terra ci da gratuitamente invece che distruggerle? Soprattutto in una terra come la nostra, un’isola al centro del mediterraneo, con un ecosistema meraviglioso e popolato di quanto di più bello la natura possa offrire non sarebbe contro ogni logica devastare l’ecosistema di un mare che da secoli ci fornisce cibo, turismo, cultura?

L’ultimo punto è quello che mi sta più a cuore, ovvero la domanda che in questi casi agisce come un martello nelle pie povere cellule celebrali e alla quale non riesco a dare una risposta soddisfacente: perché? O meglio, è veramente necessario?
Si sa che le risorse del sottosuolo non sono infinite anzi sono ormai scarse ma seppure dovessero durare qualche centinaio d’anni prima o poi si estingueranno e ci si ritroverebbe di nuovo al punto di partenza. Sempre in una logica economica non sarebbe più sensato investire su beni inesauribili come il sole o il vento di cui la nostra isola è ricchissima? Certo, anche il sole prima o poi si estinguerà, ma sicuramente più tardi rispetto alle risorse del sottosuolo e comunque a quel punto i problemi di cui preoccuparsi non sarebbero più il carburante ma la sopravvivenza stessa.
Non sarebbe più sensato ricoprire i tetti di pannelli solari? Anche utilizzando solo i tetti dei palazzi governativi si produrrebbe talmente tanta energia da vivere per sempre senza spendere un soldo e risorse del pianeta; inoltre la loro produzione, istallazione e manutenzione e potenziamento creerebbe abbastanza posti di lavoro specializzati e non da dar da mangiare a migliaia di famiglie. Lo stesso vale per l’eolico che darebbe da vivere e autosufficienza energetica alle nostre campagne senza intaccare minimamente l’ecosistema.
Le mie non sono riflessioni ideologiche di un ecologista legato agli ideali, seppur lo sono, ma sono punti di puro buonsenso e ragionamento economico, di logica di investimento e ricchezza e spero che possano essere punti su cui ognuno e ognuna di noi possa riflettere quando andrà a votare al referendum il prossimo 17 aprile