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sabato 22 ottobre 2016

Virginedda Addurata al teatro del Canovaccio



Ormai la stagione di Palco Off a Catania è diventato un appuntamento irrinunciabile per chi ama il buon teatro e quest’anno comincia con una anteprima mettendo in scena, dal 20 al 23 ottobre, Virginedda Addurata al teatro del Canovaccio, sede di tutti gli appuntamenti tranne uno (Misantropo che sarà messo in scena a Scenario Pubblico). Una stagione davvero ricca di grandi lavori, di grandi interpreti ma soprattutto di grandi storie perché è bello riscoprire il piacere di andare a teatro per il Teatro.

Virginedda Addurata non passa certo inosservato per i grandi nomi che lo compongono a cominciare dall’autrice Giuseppina Torregrossa che ha voluto e saputo trascrivere la storia di cinque donne (santa compresa) all’interno di una unica, profonda emozione. Come è tipico dello stile della Torregrossa, anche Virginedda Addurata è l’esempio di una scrittura siciliana forse poco realistica, piena di italianismi e forme verbali non autoctone ma che, forse proprio per questo, rendono il testo più contemporaneo e allo stesso tempo più universale. Magistrale in questo senso, ma non ci si poteva aspettare di meno, l’interpretazione di Francesca Vitale con la sua santa Rosalia dalla cadenza fortemente agrigentina, resa umana, viva proprio come l’intenzione drammaturgica intende capace di guardare il pubblico direttamente negli occhi accomunandolo così alla massa indolente e capricciosa di fedeli invadenti. 
Di notevole forza espressiva la camaleontica Egle Doria, capace di vestire i panni di ben quattro donne, tre generazioni, alle prese con un unico grande dramma: un uomo violento e brutale, vero protagonista in absentia dell’intero dramma, davanti al quale perfino santa Rosalia si dimostra inerme. Anche nel suo caso, l’inflessione linguistica tipicamente catanese fa i conti col testo rendendo l’interazione tra le donne e la santuzza palermitana un abbraccio drammatico che stringe in una morsa tutta l’isola.
Una regia curata nei dettagli, quella di Nicola Alberto Orofino, che è riuscita a rendere la messa in scena, attraverso movimenti scenici ed un sapiente uso delle luci, quasi cinematografica, come se la quarta parete, ora aperta, ora serrata, fosse uno schermo capace di primi piani e panoramiche, sfruttando al meglio una peculiarità tipicamente teatrale, ovvero quella di entrare anche dentro i pensieri e i ricordi di ogni personaggio. Forse un po’ troppo zelante nel volere, in alcuni punti, drammatizzare o sdrammatizzare troppo quello che drammatico o sdrammatizzante è già presente nella drammaturgia.
Anche l’uso della musica sembra mandare un messaggio subliminale agli spettatori, altalenanti tra il riso e l’orrore, tra il comico e il brutale, il messaggio, dicevo, che ci si trova davanti a drammi probabilmente non troppo lontani dalla vita quotidiana di molte donne, drammi tra i quali ognuno ed ognuna di noi vive, storie di donne, di uomini e di bambini della cui gravita ci rendiamo conto solo quando ormai è troppo tardi.
Alfredo Polizzano

venerdì 7 ottobre 2016

INNAMORATI tragicommedia della purificazione



C’è tutta la catanesità di Martoglio e l’innovazione prorompente e audace della Kane in INNAMORATI, tragicommedia della purificazione;
Uno spettacolo in cui i personaggi modellano un tessuto sociale di quartiere dal quale essi stessi vengono modellati assumendo le forme di un gruppo di marionette mosse dai fili di un burattinaio che forse a sua volta altro non è che un burattino esso stesso per mano di un potere ancora più oscuro ed inquietante. Tutto si sviluppa dalla consapevolezza di una trama già scritta, indotti ad affrontare una via crucis contro la quale provano con tutti i loro mezzi di ribellarsi e facendolo non fanno altro che rispettare gli episodi della passione di un Cristo contemporaneo che non è più la sofferenza di un unico salvatore ma di una intera società incapace di intuire la missione salvifica di ciò che sta vivendo. La drammaturgia schietta e feroce trasuda della migliore tradizione teatrale italiana, dalla Nuova Drammaturgia Napoletana, in cui sembra quasi che De Simone abbia per un attimo abbandonato l’idioma partenopeo per calarsi nella sagacia tagliente etnea dando l’avvio ad una commedia che cattura lo spettatore dal dramma pirandelliano fino alla profondità di Ruccello in cui ogni personaggio viene sviscerato, accusato, compreso ma mai compatito. Diventa evidente così, fin dal secondo episodio, che ci si trova davanti ad un’opera in cui è inutile trovare la logica se ci si vuole far colpire e trasportare dal senso profondo di una intera vita. L’amore è il filo conduttore di tutto, tra passato e futuro: l’eterno presente; quell’amore malato, sbagliato, aborrito, negato, voluto, combattuto, comprato, rifiutato, rinnegato è sempre presente in ogni parola, in ogni gesto, come una presenza a tratti discreta a tratti spudorata ma sempre presente.


Apprezzabile e coinvolgente l’interpretazione degli e delle interpreti che hanno saputo, con maestria e preparazione, rendere i personaggi persone vive, capaci di saper dialogare con un pubblico divertito e attonito, stupito e spaventato, senza mai però interagire con lui, almeno apparentemente, poiché, più o meno inconsapevolmente gli spettatori stessi sono diventati personaggi di questa grande tragedia il cui ruolo è quello di spettatore, divertito e inorridito per ciò che accade tra i quartieri di Bogotà Jonica. Magistrale l’interpretazione dell’intero cast composto da Roberta Amato, Gianmarco Arcadipane, Alessandra Barbagallo, Egle Doria, Paolo Toti Guagenti, Silvio Laviano, Giada Morreale, Vincenzo Ricca e Diego Rifici che, a seconda dei talenti drammatici di ognuno ha saputo rendere efficacemente sulla propria carne quella Passione come Moto dell’anima incarnato, necessaria ai personaggi.
Una parola va spesa anche per l’allestimento, semplice e propedeutico alla dramamturgia, come teatro contemporaneo impone, ma mai insensato, anzi preciso e incisivo in cui l’atmosfera culturale forte e basica del Teatro Coppola ha giocato un ruolo fondamentale senza però caratterizzare troppo il dramma in se, che ha tutte le caratteristiche della grande letteratura teatrale, capace di far entrare lo spettatore nella vita dei personaggi indipendentemente dal teatro che li accoglie.
Uno spettacolo assolutamente consigliato che non lascia lo spettatore deluso dalle migliori aspettative; una di quelle opere che necessitano di qualche ora per essere interiorizzate, tante sono le energie forti che riesce a sviluppare. Nonostante tutto lasci intuire che ogni sforzo di ribellione per questi "burattini" è inutile, perché c’è sempre qualcuno più forte anche di chi sembra comandare, è impossibile far ritorno a casa propria indifferente alla forza interiore della speranza accesa dall’amore con cui INNAMORATI ti ha investito.
Alfredo Polizzano